Mephistopheles is just beneath


Un ricordo lungo un caffè
settembre 23, 2009, 12:59 am
Filed under: Singoli racconti

Dedicato a mio padre, in ricordo dei bei tempi andati

La lunga strada che percorrevo abitualmente ogni mattina era piena di persone indaffarate. Per loro la vita scorreva veloce, per me no: quella mattina volli fermarmi. Le foglie autunnali, di quel colore così triste, erano poggiate ai piedi degli alberi che costeggiavano il viale. Faceva freddo. Un gelo che ti penetra nelle ossa e ti entra fin dentro l’anima. Persino alcune pianticelle di salvia, menta e rosmarino erano paralizzate dalla brina. Il cappotto mi copriva il viso fino al naso, e le mani stavano al caldo nelle grandi tasche ai lati. Piano camminavo sull’asfalto, bruciato dalle corse dei ragazzi in ritardo a scuola o da chi con passo veloce tentava di non arrivare in ritardo sul posto del lavoro, per evitare sfuriate dal proprio capo ufficio. Era ancora buio, il sole sembrava pigro a sorgere, l’insegna luminosa del caffè “C’est la vie” colpì i miei occhi non ancora abituati a quella lucentezza. Non avevo mai notato quel caffè, eppure molte volte ero passato per quella strada; il neon dell’insegna non funzionava molto bene e la luce andava e veniva ad intermittenza creando un’atmosfera particolare.

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Andando al tuo funerale
settembre 23, 2009, 12:50 am
Filed under: Singoli racconti

Dedicato a Mark Oliver Everett

Novara sembra bella oggi. Attraverso le campagne antropizzate dalle risicolture mentre la mia vecchia Innocenti borbotta, la sto facendo correre lungo la statale che mi condurrà verso il cimitero e il suo motore al limite pare volermi dare un avvertimento. Le istantanee di lei sul pavimento del bagno non mi fanno più paura, semplicemente le ho sepolte nella memoria. Alla radio danno dei vecchi pezzi di Billie Holiday, le sue canzoni jazz mi rilassano e rallento l’andatura della macchina. Ormai sono arrivato. Il mio abito nero è impeccabile, nemmeno una piega deturpa il suo rigore, e gli occhiali da sole coprono ogni traccia di insonnia.

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IRA
settembre 23, 2009, 12:45 am
Filed under: Merulana

Nelle montagne dell’Hindukush cresce una pianta che gli abitanti di quell’ostica terra chiamano ajwain. Dai suoi piccoli frutti, talvolta confusi per i semi della pianta, l’ingegno dell’uomo ha ricavato una rarissima spezia dal sapore simile al timo. L’ajwain assale i sensi con una punta piccante di amaro e tale gusto è così intenso da non poterlo consumare fresco. A causa del suo forte sapore la tradizione impone che la spezia venga cucinata fritta nell’olio o mangiata solo dopo essere stata essiccata. La spezia in eccesso, poi, viene ammassata in grandi sacchi e comprata da gruppi di mercanti persiani in cambio di generi di prima necessità. Dall’Hindukush la spezia prosegue il suo viaggio verso l’altopiano iranico e da lì, passando per tutta la Mesopotamia, nei mercati di Istanbul o El Cairo pronta per essere venduta nei mercati europei. Proprio nel vecchio continente, infatti, esiste anche una pallida imitazione dell’ajwain, ed è così che nelle tavole dei grandi uomini di tutta Europa a finire su piatti è il levistico, una spezia dal sapore simile ma dal nome assai meno evocativo.

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Della paranoia conseguente alla compilazione di un piano di studi
settembre 23, 2009, 12:39 am
Filed under: Merulana

Dedicato alla Segreteria Amministrativa e alla Presidenza di Facoltà.

(Disclaimer: ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale, tutti i personaggi di questo racconto sono di fantasia e non rappresentano alcuna persona attualmente vivente in qualche parte di questo nostro mondo)

Matteo Lunati aveva appena vissuto ventidue inverni della sua vita e si trovava, più per caso che per volontà, a frequentare l’università lontano dalla sua città natale.

Era un ragazzo che passava decisamente inosservato, non si poteva dire che fosse di brutto aspetto ma certamente non era universalmente riconosciuto come un adone, non interveniva mai durante le lezioni e odiava, con tutta la rabbia di cui era capace, chi invece si dimostrava maestro nella sacra arte della chiacchiera con il professore. Aveva una media del ventisette ma mai si era sentito troppo in colpa nonostante studiasse ciò che gli piaceva davvero, non aveva il carisma del leader studentesco ma non era neanche un soprammobile in una casa di città, magari una di quelle arredate da un designer degli interni, un po’ post-moderno un po’ coglione, che faceva del minimal il suo dogma. Matteo era un perfetto signor nessuno e la cosa non gli aveva mai creato alcun problema nel portare avanti la sua vita tra comprensibili alti e bassi di una personalità sempre un po’ a metà tra la socialità e l’ermetismo esistenzialista.

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Di Alessandrie e altri Egitti
giugno 6, 2008, 3:41 pm
Filed under: Singoli racconti

Dedicato a François Truffaut e Ivan Graziani.

C’era una volta il millenovecentottantatre. Con lui, e gli altri anni della famiglia degli ottanta, arrivò il cambiamento sotto la rigida ala protettiva del disimpegno e del mito del vivere facile, godendosi completamente il benessere di un mondo che, già da molto, mostrava un ineffabile sintomo di decadenza.

Fu durante quell’anno che Alessandro e Ermanno cominciarono a vivere in una perfetta e sublime comunanza spirituale. Continua a leggere



Teocrazia
marzo 11, 2008, 3:51 am
Filed under: Singoli racconti

“Noi siamo l’Autorità della Mente, noi siamo il Pastore che guida il suo gregge, noi siamo l’Agnello e la Spada di Fuoco, noi siamo il Guardiano dei Cancelli Perlacei e il Timore di Dio”

Queste erano le parole che ad ogni angolo della strada, in ogni casa, nelle fabbriche e in qualsiasi altro luogo un uomo potesse vivere la sua giornata, erano scritte in modo che nessuno avesse modo di evitare di vederle nemmeno per un secondo. Non c’era bisogno di specificare chi fosse quel ‘noi’, non c’era bisogno di chiedersi cosa esse volessero significare, non c’era bisogno nemmeno di chiedersi il perchè. Ogni singola particella di quel periodo stampato in lettere percise e ordinate faceva parte intrinsicamente della vita di ogni uomo, dal momento in cui si alzava dal letto al momento in cui si coricava per poter bearsi dell’unico vero attimo di libertà concessogli. Il sogno.

La Chiesa controllava ogni più piccolo aspetto della vita, plagiava ogni mente fresca pronta ad essere forgiata e reprimeva ogni forma di dissenso per mezzo delle sue azioni repressive. La Congrega per la Moralità girava per le strade, pronta ad intravedere la decadenza dietro tutti gli angoli, i Miliziani di Cristo controllavano l’ordine pubblico e reprimevano senza pietà qualsiasi sintomo di ribellione o malcontento, tutto questo mentre l’Inquisizione dirigeva i tribunali ecclesiastici facendo valere il diritto divino. Il Santo Padre dirigeva quello che era il più autocratico regime che il Vecchio Continente del 2090 ospitava sulle sue martoriate terre.

Eppure un tempo non era così. Il paese era sì mal governato e in preda alla più profonda recessione economica, pero’ le libertà individuali erano quantomento concesse e ci si dava ancora il diritto di non credere e di obbiettare. Ma era una situazione destinata a non durare e la Chiesa ne approfittò. Fece leva sul profondo sentore religioso di un popolo e lo aizzò contro il malcostume dilagante. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo dopo: roghi di filosofi e liberi pensatori, roghi dei loro libri e, di conseguenze, delle loro idee, dissidenti incarcerati, esiliati o deportati per essere schiavizzati nel costruire la nuova società. In effetti tutto cambiò, in poco meno di cinque anni a stento continuai a riconoscere il luogo dove era nato e cresciuto e che aveva visto i miei esistenziali peregrinaggi nei lirici paesaggi di campagne e città permeate dalla Storia. Quel cartello era appeso ad ogni angolo della mia casa e mi informava su chi fosse il mio Dio e a chi dovessi la mia obbedienza. Ogni mese la Congrega controllava che la Regola, pronunciata nel 2014 da Papa Giovanni Paolo III quando tutto ebbe inizio, fosse affissa o incisa in ogni luogo predefinito dalla legge. Era un’ineluttabile destino della gente comune, di quelli come me.

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Alexandros (Racconto Pilota)
novembre 13, 2007, 2:02 am
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Racconto pilota per un possibile sviluppo

Fottuta malinconia turco-cipriota

Si sta proprio bene in questa isoletta del cazzo. Seduto al bar Trapezeia nella parte turca della città, ormai ho lasciato alle spalle le belle mura veneziane, il centro storico gotico-ottomano e la sicurezza di un governo amico. Qua, nella parte nord, tutto è più selvaggio.

“Bay Konstantinou?”

Una voce in turco, riconosco la parola ‘bay’ ossia signore, desta le mie pupille ormai irremediabilmente perse nelle bollicine di una birra troppo calda per la giornata afosa che opprime Nicosia. Alzo il viso, lentamente. Quella pelle leggermente olivastra. Focalizzo meglio. I tratti un po’ orientali. Osservo attentamente. I neri capelli che incorniciano occhi pieni delle loro iridi ambra.

“Bay Konstantinou!”

Questa volta il tono è perentorio. Non ammette repliche.

“Amira Alçöglu, ti trovo bene. Già.” dico in inglese stemperando la tensione.
“E’ buffo – mi risponde, anche lei nella lingua della terra d’Albione – hanno mandato proprio te”

Amira è una donna stupenda. Il classico tipo di donna che non ti fa smettere di chiedere per quale motivo il fato ha deciso dovesse diventare per forza la tua antagonista. Indossa una canotta nera che risalta alla perfezione i suoi seni equilibrati e sodi. Dio, perchè? Jeans attillati mi stupiscono, chi lo avrebbe mai detto che Amira cedesse così alle mode occidentali? Pero’ devo dire che fanno risaltare bene le sue snelle gambe, facendomi rodere ancora di più per il fatto che, un giorno o l’altro, avrei dovuto ucciderla. O lei avrebbe ucciso me. Amira si passa una mano tra i capelli neri che porta lunghi fino alle spalle e io rimango ad osservarla. Ecco, penso proprio che in fondo sarà lei ad uccidermi. Lo penso mentre mi accorgo di stare facendo il suo gioco, mostro debolezze come ogni cazzo di uomo sulla terra.

“Sai com’è – dico per tentare di rimettermi in carreggiata – quelli dell’EYP hanno sempre avuto un discutibile senso dell’umorismo, non credi?”
“Stronzate so benissimo che quella sorta di agenzia governativa non conta nulla. Piuttosto come stanno i tuoi amici al ministero degli affari esteri? Lavori per loro adesso, no?” mi chiede retoricamente.
“Sono venuto in pace, Amira – alzo le mani come per arrendermi – il ministero è interessato a trattare, seriamente.”

Vedo Amira fare no con un dito e sorridermi. “Hg..” riesco solo a pronunciare quel monosillabo. Poi improvvisamente la giornata soleggiata si fa sempre più buia e in lontananza sento la voce della donna della mia vita.

“Una birra al Trapezeia mentre attendo, che sarà mai? Mi sembra di sentirti, piccolo, stupido, patetico Alexandros Konstantinou”

Cado. Porto con me anche il bicchiere. Solo un ultimo scatto della mano, il liquido alcolico riversato sulla mia camicia. Amira. Il buio.

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