<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
	>

<channel>
	<title>Mephistopheles is just beneath</title>
	<atom:link href="http://pearlygates.wordpress.com/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://pearlygates.wordpress.com</link>
	<description>Parole in libertà</description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 Sep 2009 00:33:34 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.com/</generator>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<cloud domain='pearlygates.wordpress.com' port='80' path='/?rsscloud=notify' registerProcedure='' protocol='http-post' />
<image>
		<url>http://www.gravatar.com/blavatar/546139133a1babb517823b45614d4623?s=96&#038;d=http://s.wordpress.com/i/buttonw-com.png</url>
		<title>Mephistopheles is just beneath</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com</link>
	</image>
			<item>
		<title>Un ricordo lungo un caffè</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/un-ricordo-lungo-un-caffe/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/un-ricordo-lungo-un-caffe/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 23:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Singoli racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/?p=23</guid>
		<description><![CDATA[ 

Dedicato a mio padre, in ricordo dei bei tempi andati
La lunga strada che percorrevo abitualmente ogni mattina era piena di persone indaffarate. Per loro la vita scorreva veloce, per me no: quella mattina volli fermarmi. Le foglie autunnali, di quel colore così triste, erano poggiate ai piedi degli alberi che costeggiavano il viale. Faceva [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=23&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p><em>Dedicato a mio padre, in ricordo dei bei tempi andati</em></p>
<p>La lunga strada che percorrevo abitualmente ogni mattina era piena di persone indaffarate. Per loro la vita scorreva veloce, per me no: quella mattina volli fermarmi. Le foglie autunnali, di quel colore così triste, erano poggiate ai piedi degli alberi che costeggiavano il viale. Faceva freddo. Un gelo che ti penetra nelle ossa e ti entra fin dentro l’anima. Persino alcune pianticelle di salvia, menta e rosmarino erano paralizzate dalla brina. Il cappotto mi copriva il viso fino al naso, e le mani stavano al caldo nelle grandi tasche ai lati. Piano camminavo sull’asfalto, bruciato dalle corse dei ragazzi in ritardo a scuola o da chi con passo veloce tentava di non arrivare in ritardo sul posto del lavoro, per evitare sfuriate dal proprio capo ufficio. Era ancora buio, il sole sembrava pigro a sorgere, l’insegna luminosa del caffè “C’est la vie” colpì i miei occhi non ancora abituati a quella lucentezza. Non avevo mai notato quel caffè, eppure molte volte ero passato per quella strada; il neon dell’insegna non funzionava molto bene e la luce andava e veniva ad intermittenza creando un’atmosfera particolare.</p>
<p><span id="more-23"></span></p>
<p>Alcuni tavolini erano posti fuori, tinteggiati dai classici colori bianchi tutti sotto un enorme tendone a strisce bianche e gialle, che a momenti più o meno brevi veniva illuminato dalla fioca luce del neon. Una grande porta invitava ad entrare. All’interno il classico bancone in marmo venato di grigio e di rosa, divideva il locale in due parti: da una altri tavolini buttati quasi casualmente nel locale dall’altra alcune poltroncine in velluto che parevano invitare la gente ad una sosta più prolungata. Le pareti erano prive di qualsiasi addobbo, fredde e tristi nella loro vernice bianca un po’ sbiadita. Stancamente mi sedetti su di uno dei tanti anonimi tavolini all’interno, faceva troppo freddo per rimanere fuori anche se forse avrei potuto congelare i miei ricordi in un perpetuo inverno. Un vecchio signore appariva come il barista, si avvicinò a me e senza dire una parola mi portò la lista. Mentre la scorrevo, perso nei cocktail e negli spuntini improvviso, come un fulmine che si abbatte su di un cielo limpido squarciandone la tranquillità, riemerse il ricordo di lei. Quante volte la vidi seduta con lui, lo ascoltava con ammirazione sempre nel solito posto al solito caffè. Lui sembrava parlare come un professore, ma si capiva benissimo dove voleva arrivare. Come sarebbe bello capire nella vita ciò che si vuole subito, e raggiungere i propri scopi senza giri di parole od eufemismi. Il gocciolare di un cappotto mi risvegliò dal mio naufragare nel mare dei ricordi, un altro uomo era entrato nel caffè. Fuori aveva cominciato a piovere, la pioggia violentemente si abbatteva sulla strada come volesse picchiarla. Scelsi di prendere un caffè alla “viennese”, era il suo preferito. Ogni cosa sembrava ricondurre a lei. Mentre aspettavo mi misi ad osservare la pioggia, cercavo di seguire ogni goccia. Ma più la guardavo e più rassomigliava ad una lacrima proveniente direttamente dal mio cuore. La vidi anche lì nella pioggia, quante volte correvamo insieme, senza un ombrello né un copricapo. I suoi capelli inzuppati, e il suo viso gocciolante erano i protagonisti della mia visione. Una melodia, velata di una malinconica nostalgia, usciva da una radio del bar. Sembrava adatta a rievocare figure passate e a far da colonna sonora alle mie vecchie corse sotto la pioggia alla ricerca di me stesso e della mia anima. Il tintinnio del cucchiaino sulla tazzina mi fece ricordare il caffè, ma il cameriere passò oltre e andò a servire l’altro uomo seduto sulle comodo poltrone di velluto. Stava leggendo un quotidiano, bevve il caffè tutto d’un fiato e riprese la lettura. Era così profondamente diverso da me. I pensieri ritornarono a lei, per l’ennesima volta, a quando nei caffè ripassava gli ultimi appunti mentre consumava una veloce colazione. Era così bella nella sua fretta che tutte le volte mi incantavo ad osservarla. Non immaginando che da lì a poco l’avrai persa a causa di lui. La roca voce del cameriere mi riportò alla dura realtà per l’ultima volta, mi porse il caffè e lo scontrino con il conto e con un largo sorriso attese i soldi ed una sperata mancia. Bevvi in fretta la mia bevanda, improvvisamente quel posto mi faceva quasi paura: era come se il mio animo si rifiutasse di rimanere lì perso in un’overdose di sentimenti ed emozioni. Mi rimise in fretta il cappotto e uscì all’aperto, pioveva ancora ma non era certo la prima volta che rimasi sotto la pioggia incessante. Ripercorsi la strada che mi aveva condotto in questo angolo nostalgico, deserta a causa delle intemperie. E avvolto nel cappotto pensai che ancora una volta avevo la conferma che lei era la testimonianza delle mie emozioni, delle mie riflessioni, dei miei pensieri e dei miei sogni.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/23/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/23/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/23/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/23/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/23/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/23/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/23/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/23/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/23/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/23/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=23&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/un-ricordo-lungo-un-caffe/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Andando al tuo funerale</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/andando-al-tuo-funerale/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/andando-al-tuo-funerale/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 23:50:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Singoli racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/?p=21</guid>
		<description><![CDATA[

Dedicato a Mark Oliver Everett
Novara sembra bella oggi. Attraverso le campagne antropizzate dalle risicolture mentre la mia vecchia Innocenti borbotta, la sto facendo correre lungo la statale che mi condurrà verso il cimitero e il suo motore al limite pare volermi dare un avvertimento. Le istantanee di lei sul pavimento del bagno non mi fanno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=21&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;"><em>Dedicato a Mark Oliver Everett</em></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Novara sembra bella oggi. Attraverso le campagne antropizzate dalle risicolture mentre la mia vecchia Innocenti borbotta, la sto facendo correre lungo la statale che mi condurrà verso il cimitero e il suo motore al limite pare volermi dare un avvertimento. Le istantanee di lei sul pavimento del bagno non mi fanno più paura, semplicemente le ho sepolte nella memoria. Alla radio danno dei vecchi pezzi di Billie Holiday, le sue canzoni jazz mi rilassano e rallento l&#8217;andatura della macchina. Ormai sono arrivato. Il mio abito nero è impeccabile, nemmeno una piega deturpa il suo rigore, e gli occhiali da sole coprono ogni traccia di insonnia.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span id="more-21"></span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Arrivo al cimitero e l&#8217;ultimo saluto sta già per iniziare, mia madre mi getta un&#8217;occhiata di ghiaccio mentre prendo posto davanti dove, come fossero tanti opliti a piè fermo, i parenti più stretti se ne stanno perfettamente in fila ad ascoltare le parole di un sacerdote stanco e fin troppo ingrassato. La funzione è noiosa, questo funerale celebrato direttamente sulla tomba lo avevo quasi accettato ma, quando il prete nomina per la terza volta il regno dei cieli e prorompe in una filippica sulle virtù morali di mia sorella, mi viene quasi da ridere. Mio padre se ne accorge e mi da un colpo di gomito, cancello il mezzo sorriso dal mio volto e riprendo ad ascoltare le parole di Don Egidio. D&#8217;altronde non si può scontentare la nonna, no?</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">La funzione termina e in breve mi ritrovo attorniato da parenti più o meno lontani, amici, ex fidanzati o semplici conoscenti. Tutti con i fiori in mano e un cordoglio usa e getta. Scanso quella folla lasciando che siano i miei genitori a fare le pubbliche relazioni, io voglio rimanere con mia sorella, solo io e lei. Mi avvicino alla lapide, i becchini hanno appena finito di ricoprire la fossa e su quel freddo pezzo di pietra campeggia la scritta “Elisabetta Brustia 1982 – 2009”. La foto l&#8217;ha scelta mia madre, fortunatamente ha optato per un qualcosa di sobrio. Ho sempre odiato le foto allegre sulle lapidi o, peggio, quelle del morto da bambino; come se ci si volesse aggrappare ad un&#8217;eterna fanciullezza che, una volta passata, è perduta per sempre. Mentre sono preda di questi pensieri, e i miei genitori continuano nel loro scambio di condoglianze, alzo lo sguardo e noto che poco distante da me c&#8217;è un uomo. Mi giro per osservarlo meglio e mi rendo conto che, in realtà, si tratta di un nano. Indossa un abito nero del tutto simile al mio, il naso aquilino caratterizza il suo sguardo mentre una curata barba incornicia finemente il viso. In un primo momento rimango basito, non mi risultava che mia sorella conoscesse dei nani, forse era semplicemente uno dei becchini rimasto più a lungo nel cimitero; tuttavia lo osservo incuriosito, d&#8217;altronde un becchino nano non è una cosa usuale e mi sento in qualche modo autorizzato al mio stupore.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">“Strana la morte, eh? Ieri sei qui e oggi a danzare con gli scheletri,” il nano si avvicina, tocca un lembo della mia giacca e poi riprende a parlare “ottimo tessuto, poi dovrai dire alla mia sarta dove ti rifornisci. Dove sto io gli abiti tendono a sgualcirsi piuttosto in fretta”. Non riesco a rispondergli, la sua compostezza e il suo umorismo inglese mi stupiscono ancora di più del fatto che sia un nano. “Beh? Sei pronto?” mi chiede quindi mentre si accende una sigaretta. “Pronto? Esattamente a cosa?” gli rispondo tentando di mantenere una certa imperturbabilità. “Oh dei!” sbotta il nano quasi divertito, “fate sempre tutti così, vero? Ad una partita a scacchi, che diamine.” Non faccio neanche in tempo a protestare che il nano si volta un attimo, armeggia con qualcosa di invisibile ai miei occhi e si rigira mostrandomi una scacchiera. E&#8217; un oggetto tutto sommato nei canoni, di buona fattura ma non risalta neanche per una particolare estetica, probabilmente, penso, ne puoi trovare una così ad un qualche tipo di torneo professionistico. Dal canto mio, invece, degli scacchi conosco a malapena i pezzi e l&#8217;idea di affrontare un tale impegno intellettuale il giorno del funerale di mia sorella mi inquieta decisamente. Rifletto, quindi, su quanto sia buffa la vita quando il nano ha già messo i pezzi al loro posto invitandomi a cominciare; ci sediamo per terra a gambe incrociate, poi comincio a muovere timidamente un pedone in avanti e lui mi sorride. “Allora, te lo aspettavi o no? Magari avevi in mente una bellissima donna, no? Come nel cinema!” conclude visibilmente divertito. Non so cosa rispondere e semplicemente me ne sto zitto. “Non sei un tipo molto loquace, vero?” mi incalza il nano mentre fa la sua mossa. “Loquace come qualsiasi fratello al funerale della propria sorella” rispondo io mentre tento di far tornare alla mente qualche reminiscenza scacchistica. Il nano ride di gusto, sembra aver trovato divertente la mia battuta. Continuiamo a giocare in silenzio per circa mezz&#8217;ora, per la mia scarsa conoscenza del gioco non mi sto comportando male. Tuttavia più vado avanti e più mi rendo conto che la concentrazione sta calando e che, continuando allo stesso modo, sto andando incontro ad una sconfitta.. Ad un tratto nell&#8217;aria risuona l&#8217;inconfondibile melodia di “Sympathy for the devil” dei Rolling Stones. “Oh, perdonami” dice il nano “questioni lavorative.” Sorrido leggermente a mo&#8217; di scusa mentre il nano prende dalla tasca un cellulare di ultima generazione, si allontana e incomincia a parlare animatamente con il suo misterioso interlocutore. Tutto intorno al nostro piccolo angolo scacchistico il tempo pare essersi fermato, la cosa mi rende decisamente impaziente di finire la partita. Dove sono tutti? Penso mentre osservo la scacchiera alla ricerca della mossa giusta.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">La partita mi sta scivolando dalle mani, devo trovare il punto di svolta. All&#8217;improvviso ho un illuminazione, non ho idea da dove venga, ma riesco a vedere nitidamente le mosse che devo fare, davanti ai miei occhi è come se gli scacchi si muovessero in rapida successione. Prevedo le mosse del mio avversario, lo inganno e intanto tesso la mia strategia. Con una rapidità di mano fuori dai canoni delle mie abilità fisiche sposto qualche pezzo, non devo farmi scoprire subito così non disegno sulla scacchiera una situazione a me favorevole nell&#8217;immediato. Poco dopo il nano torna. “Scusami ancora, direi che possiamo riprendere” mi dice sorridendomi mentre si risiede a terra. <span style="text-decoration:none;">Posso</span> sentire i battiti del mio cuore in gola, raramente ho avuto così tanta paura nella mia vita e l&#8217;adrenalina scorre a fiumi nella mie vene. Tuttavia il mio avversario non <span style="text-decoration:none;">pare</span> essersi accorto di nulla, continuiamo a giocare per altri cinque minuti fino a quando il nano incappa nella trappola che gli <span style="text-decoration:none;">ho</span> teso. Il nano muove la regina nel posto sbagliato, ho la partita in mano. Traggo un profondo respiro, poi faccio la mia giocata. “Scacco matto” dico serio. Il nano, che fino a quel momento ho sempre visto sicuro di sé mantenendo un perenne sorriso a mo&#8217; di presa in giro, cambia completamente espressione. Il terribile spettro della sconfitta si dipinge sul suo volto, deglutisce rumorosamente mentre continua a guardare la scacchiera incredulo. “Abbiamo finito ora?”, il nano annuisce ancora sconvolto. “Ci rivedremo, considera questa partita una piccola anticipazione” conclude, quindi schiocca le dita e la scacchiera scompare alla vista. Sbatto le palpebre incredulo e anche il mio avversario scompare. Non faccio in tempo neanche a chiedermi cosa sia successo che mi sento toccare la spalla. “Andiamo? La funzione ormai è finita da tempo”, mi volto e vedo il viso di mio padre. Le rughe che contornano il suo volto gli donano una malinconia quasi commuovente, annuisco e metto un braccio intorno al suo collo come per fargli forza. “Sì, andiamo papà.”</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/21/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/21/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/21/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/21/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/21/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/21/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/21/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/21/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/21/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/21/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=21&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/andando-al-tuo-funerale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>IRA</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/ira/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/ira/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 23:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Merulana]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/?p=18</guid>
		<description><![CDATA[

Nelle montagne dell&#8217;Hindukush cresce una pianta che gli abitanti di quell&#8217;ostica terra chiamano ajwain. Dai suoi piccoli frutti, talvolta confusi per i semi della pianta, l&#8217;ingegno dell&#8217;uomo ha ricavato una rarissima spezia dal sapore simile al timo. L&#8217;ajwain assale i sensi con una punta piccante di amaro e tale gusto è così intenso da non [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=18&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">Nelle montagne dell&#8217;Hindukush cresce una pianta che gli abitanti di quell&#8217;ostica terra chiamano ajwain. Dai suoi piccoli frutti, talvolta confusi per i semi della pianta, l&#8217;ingegno dell&#8217;uomo ha ricavato una rarissima spezia dal sapore simile al timo. L&#8217;ajwain assale i sensi con una punta piccante di amaro e tale gusto è così intenso da non poterlo consumare fresco. A causa del suo forte sapore la tradizione impone che la spezia venga cucinata fritta nell&#8217;olio o mangiata solo dopo essere stata essiccata. La spezia in eccesso, poi, viene ammassata in grandi sacchi e comprata da gruppi di mercanti persiani in cambio di generi di prima necessità.  Dall&#8217;Hindukush la spezia prosegue il suo viaggio verso l&#8217;altopiano iranico e da lì, passando per tutta la Mesopotamia, nei mercati di Istanbul o El Cairo pronta per essere venduta nei mercati europei. Proprio nel vecchio continente, infatti, esiste anche una pallida imitazione dell&#8217;ajwain, ed è così che nelle tavole dei grandi uomini di tutta Europa a finire su piatti è il levistico, una spezia dal sapore simile ma dal nome assai meno evocativo.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;"><span id="more-18"></span></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">A dire il vero ad Alessandro di tutta quella storia poco gli importava. Leggeva distrattamente quel foglio attaccato di sbieco in cui veniva raccontata, con grande sfoggio di immagini orientaleggianti, la vicenda di una delle più sfigate spezie della storia del commercio. Certo lui non era un esperto ma chi l&#8217;aveva mai sentito l&#8217;ajwain? A pensarci bene cominciava anche a dubitare del fatto che quella spezia potesse crescere davvero sull&#8217;Hindukush. Continuò a leggere il foglio, dopo quella introduzione partiva una sorta di anteprima di una pagina di un romanzo storico ambientato negli ultimi decadenti anni del dominio safavide in Persia. La cosa non lo avrebbe colpito così tanto, d&#8217;altronde quella prima introduzione non lo aveva certamente fatto gridare al nuovo miracolo letterario, se non che l&#8217;autore di questo sedicente romanzo era un autoproclamato collettivo IRA. Ne aveva già sentito parlare, qualche mese prima era diventato il pettegolezzo preferito della facoltà di Lettere e Filosofia. Da quello che ricordava si trattava di una sorta di congrega a metà tra il massonico e il paramilitare che, pero&#8217;, aveva velleità letterarie e soleva pubblicare una piccola rivista dove potevi trovare  i loro arditi versi o la loro prosa artistica. Alessandro una volta ne aveva comprato un numero, ci aveva pure dovuto sborsare un euro mentre un&#8217;esaltatissima soldatessa dell&#8217;IRA glielo porgeva lieta di aver fatto il suo dovere. Lo aveva avidamente letto durante la seduta mattutina al bagno e, dimenticatolo nel bidè, non si crucciò troppo quando il suo coinquilino per sbaglio lo infradiciò totalmente. Della rivista, in realtà, finirono per uscire solo tre numeri lasciando cadere l&#8217;IRA nel profondo pozzo delle cose buffe che Alessandro vedeva ogni giorno in facoltà e tendeva a dimenticarsi molto rapidamente. Per quasi tre mesi, quindi, non aveva più sentito parlare dell&#8217;IRA nonostante ogni giorno ne vedesse gli appartenenti migrare da un&#8217;aula all&#8217;altra della facoltà. Ore diciassette nell&#8217;aula N, si segnò ora e luogo ripromettendosi che l&#8217;indomani ci avrebbe fatto un salto. Il romanzo, invero, gli pareva una  gigantesca stronzata ma era sicuro che quel gruppo di simpatici letterati paramilitari gli avrebbe fatto passare un pomeriggio in allegria.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">Il giorno dopo, verso mezzogiorno, Alessandro si trovava nel cortile della facoltà. Oziosamente osservava le persone indaffarate nelle più svariate attività, aveva smesso di fumare da circa un anno e durante i momenti morti della giornata amava perdersi in una particolare osservazione della realtà che lui amava chiamare etologica. Quando osservava i gesti delle persone cercava di dimenticarsi della natura umana, lasciava a ciascun individuo solo la sua componente animale. Dopo mesi di allenamento ora Alessandro poteva vedere precisamente l&#8217;uomo come dei veri e propri branchi di animali in movimento perenne. Aveva cominciato a credere che tra la fila alla fotocopiatrice in biblioteca e la ricerca di un ruscello di acqua da parte di un gruppo di antilopi non ci fosse poi tutta questa differenza. Era talmente avvinghiato da questa visione che, qualche settimana prima, era arrivato a pensare di fare la sua tesi di laurea a riguardo. Aveva già anche il titolo: “Animalia”. Poi l&#8217;eccitazione era finita, le dure parole del suo relatore riguardo l&#8217;impossibilità di fare tesi davvero originali per una misera laurea triennale e, infine, una più generale coscienza dell&#8217;assurdità che era andato a pensare, lo avevano fatto desistere. Ora si trovava a scrivere una noiosissima tesi sulle dottrine platoniche non-scritte, naufrago tra secoli di critica . Cominciava persino a dubitare che un giorno si sarebbe effettivamente laureato in Filosofia. Scacciò il pensiero e si decise a rientrare all&#8217;interno, poco prima di uscire il suo sguardo si soffermò su un ragazzo dall&#8217;aspetto comune. Se ne stava seduto su una sorta di muretto accanto ad una ragazza, davanti a loro stava Sergio, l&#8217;assistente down della biblioteca, che mugugnava qualcosa di incomprensibile ai suoi due ascoltatori. In realtà era una scena abbastanza comune, ma Alessandro si trovò a contemplarla come se la cosa, in qualche modo, dovesse significare davvero qualcosa per lui. Sbuffò silenziosamente, quindi vedendo che niente di interessante stava accadendo se ne andò definitivamente dal cortile.</p>
<p style="margin-bottom:0;"><a name="firstHeading"></a>Fattesi le cinque Alessandro interruppe il suo studio e con passo veloce si diresse verso l&#8217;aula N dove, secondo quel volantino, avrebbe dovuto tenersi la presentazione del romanzo dell&#8217;IRA “L&#8217;Harem di Husayn”. Lungo il corridoio dove si trovava l&#8217;aula N Alessandro non incontrò nessuno e, arrivato davanti alla sua meta, un silenzio innaturale pervadeva tutto. La porta era chiusa e, non fosse stato per le luci accese, pareva che fossero state le cinque del mattino piuttosto che il limitare di un pomeriggio. Bussò delicatamente ma nessuno rispose. Si fece coraggio, aprì la porta e un vero e proprio muro di suono lo avvolse. All&#8217;inizio non capì bene la situazione, poi le note si fecero più nitide e poté discernere l&#8217;inizio de “L&#8217;Entrata dei Gladiatori” di Julius Fucik. Aguzzò la vista e lo spettacolo che gli si pose davanti lo avvolse totalmente. Un gruppo di una quindicina di persone era vestita come fosse in un circo: alcuni indossavano degli abiti da clown e improvvisavano acrobazie con mono-cicli, altri vestivano solamente pelli di leoni e facevano schioccare delle fruste domando una serie di grossi leoni, altri ancora invece vestivano delle tute attillatissime e avevano formato una vera e propria piramide umana. A dirigere il tutto c&#8217;era una donna di circa quarant&#8217;anni, capelli neri raccolti in due codini, portava un abito degno di Moira Orfei e un grosso cappello a falde larghe. Per qualche minuto nessuno si accorse di lui, poi uno dei domatori lo vide e facendo vibrare la sua voce sopra la musica gli urlò: “Ehi! Unisciti a noi! E&#8217; in corso una lezione di Antropologia Culturale! Avanti! Non fare il timido!” il domatore gli sorrise mentre un clown pericolosamente perdeva l&#8217;equilibrio sul mono-ciclo finendo per trascinare a terra  Alessandro. “Oh perdonami! Sai com&#8217;è, dobbiamo rispettare le altre culture!” disse lo sbadato pagliaccio mentre si rialzava e prendeva nuovamente posto sul suo mono-ciclo. La marcia da circo continuava a risuonare per l&#8217;aula, Alessandro si rialzò,diede una rapida spolverata ai vestiti e sconvolto uscì da quella stanza. Non appena chiuse la porta dietro di sé, il silenzio tornò ad avvolgere tutto. Era evidente che nell&#8217;aula N non ci sarebbe stata alcuna presentazione del libro “L&#8217;Harem di Husayn”. Mentre si osservava in giro per cercare di cogliere un indizio qualsiasi i suoi occhi si posero su un foglio lasciato per terra. Lo raccolse e lo lesse velocemente. “Si informano gli interessati che la presentazione de “L&#8217;Harem di Husayn” si è spostata nell&#8217;aula B”. Ottimo, pensò, devo solo andare dall&#8217;altra parte della facoltà. Di buon passo Alessandro si scrollò di dosso la visione avuta nell&#8217;aula N e dopo circa dieci minuti si trovò davanti all&#8217;aula B. La porta dell&#8217;aula era presieduta da due soldati dell&#8217;IRA, indossavano una divisa militare grigia sul quale campeggiava il loro simbolo: una corona di alloro in campo rosso. Alessandro si avvicinò titubante e, non appena fece per varcare la soglia, i due soldati lo fermarono. “Alt! Ci vuole la perquisizione prima di entrare! Luca, pensaci tu!” disse uno dei due all&#8217;altro che zelante cominciò a tastare Alessandro. “Ehi ma&#8230; che cazzo di modi sono?” rispose piccato Alessandro “Per quale motivo dovete farlo?”, il soldato che aveva parlato per primo lo trafisse con un&#8217;occhiata di ghiaccio prima di rimproverarlo severamente: “Ordini del Generalissimo, non si discute!”. Alessandro sbuffò, non aveva senso opporsi ai giochi di quei pazzi, si lasciò perquisire e dopo qualche secondo passò quel curioso posto di blocco. Dentro l&#8217;aula era vuota, al tavolo del relatore stava un gruppo di dieci persone. Tutte vestivano le stesse divise dei soldati ma molto più gradi erano appuntati sui loro petti, tra di essi spiccava la figura di un giovane alto e dinoccolato, barba incolta, praticamente calvo e un sigaro in mano. Alessandro lo notò anche perché a guardarlo bene quel ragazzo non indossava la divisa. Ne osservò bene i lineamenti, la faccia asciutta, quasi scavata da anni di esperienze al limite e un abbigliamento che stonava con quell&#8217;atmosfera marziale di cui l&#8217;aula era pervasa. Un maglioncino senza pretese e un paio di jeans con il risvolto, in testa un semplice berretto blu scuro; non proprio l&#8217;aspetto di un leader. Se ne stava ad ascoltare silenziosamente tutte le rimostranze degli altri, poi diceva un paio di parole, dava un tiro al suo sigaro e riprendeva il suo silenzio colmo di significati. “E&#8217; il Direttorio dell&#8217;IRA!” disse una voce subito seguita dall&#8217;inconfondibile rumore di una mascella che masticava delle patatine in busta. Alessandro si voltò di scatto e vide la figura di Giangaleazzo. Si trattava di un coetaneo di Alessandro, spessi occhiali rotondi, vestito in modo stupidamente retrò, stava ingurgitando un pacchetto di patatine mentre osservava rapito la scena. Lo aveva conosciuto durante un corso di Storia Medievale e ne aveva potuto apprezzare i puntuali interventi atti a rimarcare il concetto appena espresso dal professore. Dai suoi colleghi aspiranti storici era soprannominato “Imperatore”, il tutto era nato, gli avevano raccontato dei suoi amici, quando durante un corso di Storia Greca Giangaleazzo aveva asserito la sua totale partigianeria per l&#8217;Impero Persiano durante le due guerre omonime. La cosa aveva finito per essere la sua condanna. In un certo senso, pero&#8217;, Giangaleazzo era un outsider: filo-persiano in un mondo fatto di storici antichi che professavano una totale e dogmatica aderenza al mondo greco. Già, doveva essere per questo se alla fine Alessandro un minimo stimava quel curioso ragazzo.“Il Direttorio che?” rispose guardando il ragazzo dubbioso. “L&#8217;IRA ha una gerarchia interna ben precisa. A capo di tutto ci sta Vittorio, il Generalissimo, indiscusso leader e guida spirituale del gruppo. Sotto di lui altri nove colonnelli che compongono il direttorio militare preposto a consigliare il loro personalissimo ayatollah. Poi una pletora di soldati di minore grado, fedelissimi dell&#8217;IRA e pronti al sacrificio anche di fronte alla morte!” gli occhi di Giangaleazzo si illuminarono mentre poteva fare sfoggio della sua conoscenza. Alessandro rispose con un poco interessato “Ah” e lasciò cadere la discussione. Passò un quarto d&#8217;ora in cui Giangaleazzo osservava rapito la seduta del Direttorio e Alessandro noiosamente aveva preso a sfogliare un libro della scuola scozzese di interpreti di Platone. Poi udì nitidamente il suono di una marcia e pochi secondi dopo nella loro stanza arrivò un vero e proprio battaglione dell&#8217;IRA. Circa trenta persone, in rigida formazione, entrarono e fecero il saluto militare in direzione del Generalissimo. Vittorio si alzò, zittì i suoi colonnelli, e prese la parola: “Soldati! Per Bukowski, Rimbaud e Brizzi!” la voce era profonda, l&#8217;accento tradiva una provenienza decisamente altoatesina e, Alessandro doveva ammetterlo, il tono era parecchio carismatico. La sua ammirazione, pero&#8217;, ebbe vita breve giacché il plotone di soldati urlò la medesima formula usata dal loro generale seguita da una serie di gridi militare di incitamento. “Riiiiiposo!” urlò Vittorio, subito dopo i soldati ruppero le fila e ordinatamente presero a sedere tra i banchi. La presentazione, quindi, iniziò. A prendere la parola per primo fu una dei colonnelli di Vittorio, una ragazza dai capelli e la carnagione scura, mediamente carina, che con voce fanatica cominciò a raccontare delle grandi peripezie editoriali che l&#8217;IRA aveva dovuto passare per vedere pubblicata la loro opera. Dopo di lei ad alzarsi fu lo stesso Generalissimo che cominciò una disamina letteraria del romanzo. Al tredicesimo brano del libro letto, Alessandro cominciava ad annoiarsi della storia dello Shah Husayn, dell&#8217;harem in cui era cresciuto e della decadenza dei costumi della corte safavide. A dargli particolarmente fastidio erano le descrizioni pompose degli avi di Husayn, infarcite di metafore fini a se stesse e di paralleli con gli astri nel cielo. L&#8217;intervento di Vittorio continuò per circa un&#8217;ora, Alessandro quasi si addormentò se non fosse stato per il manganello con cui uno dei soldati dell&#8217;IRA lo aveva svegliato puntandoglielo nel fianco. Quando ormai si stava decidendo ad andarsene lasciando l&#8217;IRA alla sua parata e Giangaleazzo ai suoi appunti sulla dinastia safavide, la porta dell&#8217;aula si aprì. Immediatamente il Generalissimo si zittì e tutti i suoi soldati volsero all&#8217;unisono lo sguardo verso l&#8217;entrata. Una mantella nera con ricamato sopra il simbolo dell&#8217;Università fece il suo ingresso nell&#8217;aula, a portarla era un giovane ragazzo dallo sguardo allucinato e con degli occhi che facevano subito pensare alla lobotomizzazione selvaggia. Mosse i primi passi in silenzio, mentre dietro di lui un&#8217;altra decina di ragazzi e ragazze vestiti allo stesso modo lo seguivano. “Vittorio Porfidi, Generale dell&#8217;IRA, con il potere conferitomi dal Magnifico Rettore, nel nome della sacra confraternita delle Matricole Protettrici, ti dichiaro in arresto. Il vostro pseudo gruppo di letterati armati è stato inserito oggi nel gruppo delle organizzazioni terroristiche della Facoltà di Lettere e Filosofia, l&#8217;Asse del Male non trionferà!”, dopo l&#8217;intervento del ragazzo che era entrato per primo, le altre Matricole Protettrici salmodiarono all&#8217;unisono un “Così diciamo tutti!” e tornarono in silenzio con i loro sguardi inquietantemente persi in qualche altra realtà. I soldati dell&#8217;IRA, pero&#8217;, non si fecero attendere e subito tirarono fuori i loro manganelli pronti a difendere con la loro vita quella del Generalissimo. Vittorio, pero&#8217;, li sedò con un gesto della mano e prese la parola. “E, di grazia, le Matricoli Protettrici cosa ci imputano?” chiese con un sorrisino di scherno. “Azioni atte a destabilizzare l&#8217;equilibrio sociale della facoltà, attachinaggio selvaggio in luoghi proibiti, corruzione della moralità dei giovani tramite un bieco proselitismo e, soprattutto, di riunione sediziosa in luoghi pubblici!” rispose subito il rappresentante delle Matricoli Protettrici “E non vi consiglio di fare gli eroi, fuori da quest&#8217;aula stanno altri sessanta dei miei confratelli. Generalissimo! Consegnatevi o sarà la fine per voi e i vostri uomini!” concluse quindi in preda ad un furore quasi mistico. Alessandro osservava tutta la scena incapace di decidere se fosse più ridicolo quell&#8217;alterco o la lezione di antropologia che si era trovato a seguire per sbaglio. Giangaleazzo, nel frattempo, stava avendo un orgasmo in diretta. Si muoveva convulsamente, lo sguardo eccitato fece capire ad Alessandro che quel giovane studente di storia doveva godere immensamente dall&#8217;essere testimone di un evento di tale portata. Ma dove sono? Prese a chiedersi Alessandro. Perché continuo a stare qui? Le sue domande esistenziali, pero&#8217;, vennero interrotte dall&#8217;inizio delle ostilità. I due schieramenti cominciarono a scontrarsi e dal corridoio, in breve, arrivarono i rinforzi paventati dalle Matricoli Protettrici. Approfittando della confusione Alessandro riuscì a defilarsi dalla stanza, l&#8217;ultima immagine che vide dell&#8217;aula B fu un Giangaleazzo in lacrime che, persi i grossi occhiali, li cercava disperatamente a carponi mentre intorno a lui infuriava la battaglia.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-style:normal;font-weight:normal;">Rapidamente Alessandro uscì dalla facoltà e prese a camminare nervosamente, non riusciva a capire se la cosa lo avesse divertito o, piuttosto, urtato. Era andato alla presentazione con il proposito di ridere della stupidità umana e, invece, aveva finito per scornarsi di fronte a quegli assurdi eventi di cui era stato in qualche modo partecipe. Per un attimo cominciò a porsi anche delle domande su chi fossero davvero quelli dell&#8217;IRA o, piuttosto, da dove saltassero fuori quelle Matricoli Protettrici. L&#8217;attimo dopo, pero&#8217;, aveva già smesso di chiederselo consapevole che la sua mente non poteva, e forse non voleva, raccapezzarsi in quel grottesco mondo che, per un attimo, aveva incrociato la sua realtà. Si mise gli auricolari alle orecchie, schiacciò il tasto play del lettore cd e lasciò che il <em>Köln Concert </em>di Keith Jarrett lo avvolgesse totalmente mentre le strade del centro storico scivolavano via divorate dai suoi passi.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/18/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/18/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/18/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=18&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/ira/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Della paranoia conseguente alla compilazione di un piano di studi</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/della-paranoia-conseguente-alla-compilazione-di-un-piano-di-studi/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/della-paranoia-conseguente-alla-compilazione-di-un-piano-di-studi/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 23:39:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Merulana]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/?p=15</guid>
		<description><![CDATA[
Dedicato alla Segreteria Amministrativa e alla Presidenza di Facoltà.

(Disclaimer: ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale, tutti i personaggi di questo racconto sono di fantasia e non rappresentano alcuna persona attualmente vivente in qualche parte di questo nostro mondo)

Matteo Lunati aveva appena vissuto ventidue inverni della sua vita e si trovava, più per [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=15&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><em>Dedicato alla Segreteria Amministrativa e alla Presidenza di Facoltà.</em></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><em>(Disclaimer: ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale, tutti i personaggi di questo racconto sono di fantasia e non rappresentano alcuna persona attualmente vivente in qualche parte di questo nostro mondo)</em></p>
<p style="margin-bottom:0;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Matteo Lunati aveva appena vissuto ventidue inverni della sua vita e si trovava, più per caso che per volontà, a frequentare l&#8217;università lontano dalla sua città natale.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Era un ragazzo che passava decisamente inosservato, non si poteva dire che fosse di brutto aspetto ma certamente non era universalmente riconosciuto come un adone, non interveniva mai durante le lezioni e odiava, con tutta la rabbia di cui era capace, chi invece si dimostrava maestro nella sacra arte della chiacchiera con il professore. Aveva una media del ventisette ma mai si era sentito troppo in colpa nonostante studiasse ciò che gli piaceva davvero, non aveva il carisma del leader studentesco ma non era neanche un soprammobile in una casa di città, magari una di quelle arredate da un designer degli interni, un po&#8217; post-moderno un po&#8217; coglione, che faceva del minimal il suo dogma. Matteo era un perfetto signor nessuno e la cosa non gli aveva mai creato alcun problema nel portare avanti la sua vita tra comprensibili alti e bassi di una personalità sempre un po&#8217; a metà tra la socialità e l&#8217;ermetismo esistenzialista.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;"><span id="more-15"></span></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Un diciotto di un Febbraio qualunque Matteo si accingeva a compilare il suo piano di studi, un foglio di carta che ogni studente impara ad odiare sin da quando muove i suoi primi passi nel mondo della burocrazia universitaria . Si trovava davanti ad un computer, il laboratorio di informatica era vuoto, accanto a lui solo un tecnico sui quarant&#8217;anni che, con aria assonnata, lo osservava cliccare qua e là nel tentativo di barcamenarsi tra codici di esami e curricula di corsi di studi. “C&#8217;è un problema” disse Matteo un po&#8217; confuso “Non mi fa scegliere il mio indirizzo di studi.. vede? Così mi toglie alcuni esami che ho già fatto e me ne mette altri che non c&#8217;entrano nulla”. Un grugnito fu l&#8217;unica risposta del tecnico, un uomo calvo dall&#8217;aspetto un po&#8217; burbero, che prese il possesso del mouse e cominciò a cercare di capire dove fosse il problema. “Qual&#8217;è il tuo indirizzo?” furono le uniche parole intellegibili del tecnico tra una bestemmia repressa e dei mugugni di lamentela fin troppo udibili. “Storia indirizzo antico, sì..” la voce di Matteo, nel rispondere, era del tutto tranquilla e il ragazzo non presagì assolutamente che proprio quelle tre semplici parole avrebbero cambiato completamente il mondo che fino a quel momento conosceva. Il tecnico sbiancò in volto, guardò Matteo con occhi ricolmi di puro terrore, poi con voce greve disse: “Dimentica. Dimentica tutto,” l&#8217;uomo si allontanò dal computer come se il mouse avesse preso a scottare terribilmente “Ora va&#8217;, devo chiudere il laboratorio immediatamente.” Matteo, non capendoci assolutamente nulla, si lasciò trascinare fuori dal terrorizzato tecnico e in pochi secondi si ritrovò nel corridoio antistante al laboratorio. Una rumorosa girata di chiavi segnalò a Matteo che quel tecnico stava facendo sul serio. Incapace di darsi una spiegazione logica dell&#8217;accaduto il giovane studente andò verso l&#8217;uscita della facoltà e si diresse, pieno di dubbi irrisolti, a casa.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Quella notte Matteo fece uno strano sogno. Un enorme mostro mitologico con tre teste di donna gli apparve. Riconobbe subito di chi fossero le teste: la cassiera della filiale della banca sotto casa sua, una delle segretarie amministrative della facoltà, e, infine, la simpatica vecchina dell&#8217;alimentari da cui comprava spesso generi di prima necessità o panini adatti ad un pranzo veloce. Lingue biforcute fuoriuscivano da ciascuna di quelle tre teste, Matteo se ne stava, completamente nudo, davanti a questo mostro, pronto ad attendere il momento in cui quella vecchia megera della cassiera gli avrebbe inoculato un veleno mortale. Proprio mentre il mostro era pronto a sferrare il suo attacco, pero&#8217;, il sogno finì facendo svegliare Matteo con una strana sensazione di malessere che, solo faticosamente, potè togliersi di dosso durante la giornata.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Il sogno, pero&#8217;, ebbe anche il risultato di far affiorare in Matteo una certa determinatezza nel comprendere per quale motivo l&#8217;università gli vietasse di compilare quel piano di studi. Fu così che, appena ripresosi dall&#8217;incubo,  prese il coraggio a quattro mani e si diresse in direzione della segreteria studenti. Non appena arrivato nel palazzo dove era situata tutta l&#8217;amministrazione dell&#8217;ateneo, si trovò a scontrarsi con un ambiente del tutto ostile. Il grosso androne era deserto, un innaturale silenzio pervadeva quella grossa stanza dal soffitto a volte di mattoni. Le uniche cose a tenergli compagnia nella sua contemplazione erano dei terminali per gli studenti, ovviamente fuori servizio, con gli schermi rovinati da anni di rabbia da parte di studenti non troppo gentili con l&#8217;informatica universitaria. Alla sinistra dell&#8217;ingresso c&#8217;era un grosso portone di legno, dietro si nascondeva la segreteria della facoltà di Lettere e Filosofia, Matteo prese un lungo respiro e varcò la soglia. Una luce da ospedale gli ferì la vista, per un attimo non riuscì a distinguere le forme presenti nella stanza, poi, quando tutto divenne chiaro ciò che vide lo spaventò non poco. Una fila di venti persone era in attesa del suo turno e, fino a questo punto, nulla di strano. Ciò che era davvero inquietante erano gli occhi di quegli studenti, tutti guardavano davanti a loro in silenzio come se i loro cervelli fossero stati lobotomizzati da qualche psichiatra folle di fine ottocento. Subito davanti a lui un ragazzo stava con lo sguardo fisso ripetendo a bassa voce, a mo&#8217; di mantra, la frase “Non ho paura”. Più avanti una ragazza grassottella era in fila portando una borsa con dentro un chihuahua, lo accarezzava dolcemente rivolgendo, in modo analogo a quello del ragazzo spaventato, dolci parole al cane. Matteo si strofinò gli occhi con le nocche della mano, cosa diamine stava succedendo? Dov&#8217;era finito? Ingollò la sua inquietudine ed attese per circa venti minuti, tra le salmodiate parole dei lobotomizzati in fila con lui e il gelido ambiente ospedaliero dei corridoi della segreteria. Quando arrivò il suo turno per un attimo esitò, un grugnito, terribilmente simile a quello del tecnico di laboratorio, lo invitò a farsi avanti. A passi lenti e misurati Matteo si incamminò verso il bancone dove una segretaria a capo chino stava timbrando alcuni moduli. “Desidera?” disse la donna, Matteo stava per rispondere, a casa si era già preparato tutto un discorso infervorato sull&#8217;assurdità di quei piani di studi informatizzati, quando la donna alzò la testa. Una scossa di adrenalina percorse tutto il corpo di Matteo, il viso era quello del sogno. Certo se lo poteva immaginare, d&#8217;altronde si trovava nella segreteria amministrativa, ma vedere una delle teste del suo mostro onirico fece vacillare la sua ragione. “Ecco&#8230; io&#8230;. ho dei.. problemi&#8230;” cominciò a farfugliare. “Sì, ovvio, tutti abbiamo dei problemi” fu la risposta cinica della segretaria. “No chiaramente.. pero&#8217;, ecco, è il piano di studi.. il sistema informatico non mi permette di scegliere il mio indirizzo..” si passò una mano tra i capelli, esausto, mentre la segretaria faceva schioccare la lingua ritmicamente alla ricerca di una risposta. “Numero di matricola” disse lapidaria la ligia burocratica. “000094” rispose subito Matteo mentre la segretaria annotò il numero su un foglietto e sparì in un&#8217;altra stanza. Dopo un minuto di vuoto assoluto, la segretaria tornò dallo stanzino. Matteo si stupì, in parte si aspettava di vedere un viso sconvolto, analogamente al tecnico del giorno prima, ciò che si parò davanti a sé, invece, era il viso tiratissimo della segretaria che con tutto la serietà del mondo gli disse: “Lunati Matteo, le do un consiglio: lasci perdere tutto questo, si fidi di me. A volte nella vita non bisogna andare troppo a fondo nelle cose, non indaghi oltre su questa vicenda. La Storia non esiste,” la segretaria annuì con il viso come a consigliare a Matteo la risposta quindi, vedendo che il ragazzo se ne stava ancora inebetito davanti a lei, urlò: “Avanti il prossimo!”.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-weight:normal;">Il resto della giornata Matteo lo passò a bighellonare nella biblioteca della facoltà in preda a paranoici pensieri. Non era mai stato a favore di tesi complottistiche ma le esperienze degli ultimi due giorni gli stavano facendo cambiare idea. Passò il pomeriggio ad osservarsi in giro, voleva vedere se i segni della lobotomizzazione che aveva visto in segreteria fossero presenti anche nella facoltà. Non notò niente di strano, la vita nelle aule, nella biblioteca e per i corridoi pareva essere sempre la stessa. Verso le sei di pomeriggio, quando già il sole era calato e l&#8217;oscurità aveva ammantato tutto di quel suo sottile fascino crepuscolare, qualcosa di strano accadde. Matteo si trovava nel cortile, fumava una sigaretta seduto su un muretto della corte interna e ripensava al sogno della notte precedente e a quegli strani studenti in fila che aveva incontrato la mattina. “Pensieri?” si voltò di scatto, dopo quelle giornate così intense sarebbe bastato poco a farlo sobbalzare ma sentire chi aveva parlato lo aveva subito reso ancora più nervoso. Davanti a lui stava Lucia. Matteo la conosceva solo da qualche mese ma le era risultata subito simpatica, anche lei era una ragazza normale. Non una che avresti definito, in una serata tra amici, “una gran figa” ma nemmeno una che, sempre nella stessa serata, avresti preso in giro definendola “un cesso scheggiato senza speranza”. In fondo, se ci pensava bene, a Matteo quella ragazza piaceva molto ma lui, da bravo incompiuto, aveva sempre fatto suo il motto “meglio un amore al mese ma lacerante che uno compiuto che sconfina nella routine”. Uno stile di vita che, indubbiamente, lo aveva portato ad una castità non cercata ma che non era neanche, diciamocelo, il suo cruccio principale. Così anche con Lucia il rapporto si era trasformato in una bella amicizia ad uso e consumo delle ore passate in ambiente universitario, perlomeno in un momento come quello dove la sua priorità era semplicemente quella di capire cosa stavo succedendo nel mondo attorno a lui. “Sì.. è il piano di studi, burocrazia universitaria..” rispose Matteo decidendo di glissare sui suoi strani incontri. Lucia si sedette sul muretto accanto a lui e sorrise un po&#8217; divertita. Continuarono a parlare per una decina di minuti, ammantando le rispettive pause sigaretta di una sorta di malinconia da occasione ormai persa per entrambi. Mentre ascoltava Lucia parlare, pero&#8217;, Matteo si sentì un po&#8217; più sereno come se finalmente il mondo esterno si fosse aggiustato ad una frequenza d&#8217;onda più simile alla sua. Tuttavia l&#8217;idillio ebbe vita breve, ciò si concretizzò quando nel cortile fece la sua comparsa Sergio. Ricordava ancora quando lo aveva visto la prima volta da inesperta matricola, gli aveva suscitato una certa ilarità e anche dopo tutti quegli anni non riusciva a sentirsi in colpa per questa cosa. Non aveva mai capito se il suo fosse un sentimento da repubblichino di Salò in un film di Pasolini, o se l&#8217;unica realtà era che quell&#8217;assistente di biblioteca mezzo down, che parlava usando mugugni senza senso, gli strappava sempre una mezza risata per una sua semplice ma irresistibile verve comica. Anche quel giorno non fece eccezione, dopo aver girato un po&#8217; per il cortile Sergio si avvicinò ai due ragazzi seduti sul muretto e gli parlò: “Aghò..aghò..enghè enghè!” il viso dell&#8217;assistente si contorse in una smorfia degna del miglior caratterista degli anni &#8216;50, Matteo annuì con un sorriso e guardò Lucia che si strinse nelle spalle prima di salutarlo: “Ciao Sergio, come andiamo oggi?”, Sergio abbozzò un sorriso che aveva del grottesco e rispose: “Aiu ehia.. ehia ahia.. beghne..”, Matteo annuì sconsolato, l&#8217;ilarità iniziale stava cominciando a trasformarsi in fastidio. Era l&#8217;incomunicabilità a dargli noia, a parte Lucia tutte le persone con cui aveva parlato negli ultimi due giorni erano state così oscure, così incomprensibili, da far credere a Matteo che la comunicazione uomo-uomo stesse fallendo. Dopo pochi secondi, forse capendo l&#8217;antifona, anche Sergio si stufò della conversazione e fece per andarsene, Matteo ringraziò mentalmente uno qualsiasi dei principi creatori del mondo mentre lo osservava camminare sghembo verso la biblioteca, non tanto per una cattiveria intrinseca ma semplicemente perché in quel preciso istante non aveva alcuna voglia di ascoltare fonemi senza senso. Ad un tratto, pero&#8217;, Sergio si girò di scatto e questa volta le sue parole fuoriscirono dalla bocca chiare e fluenti: “Devi cercare Carneretto, Matteo. Carneretto!”, Matteo sobbalzò, si alzò in piedi e fece un paio di passi verso Sergio: “Che hai detto? Carna&#8230;. cosa?” il suo tono di voce quasi aggredì Sergio tanto che anche Lucia se ne stupì, aveva sempre visto Matteo come un tipo decisamente equilibrato e quel suo exploit le fece impressione non poco. Di tutta risposta Sergio disse: “Aghe? Ghao ghao!” salutò con una mano e se ne andò per la sua strada. “Che ti prende?” fu l&#8217;immediata domanda di Lucia a Matteo che, nel frattempo, era rimasto in piedi ad osservare il punto in cui Sergio si era fermato a salutarli. “Non hai sentito? Carneretto!” disse voltandosi verso Lucia con fare eccitato. “A meno che tu non abbia improvvisamente imparato la lingua di Sergio, e la cosa un po&#8217; mi inquieta, no non ho sentito niente di intellegibile!”, Matteo scosse la testa. Possibile che la voce fosse stata solo una sua elaborazione mentale? Magari postuma di quella giornata assurda che aveva passato. No, era impossibile. Sergio aveva detto quelle parole, ancora gli risuonavano nella testa. “Carneretto&#8230; Carneretto.. ma chi diamine è?” chiese Matteo più al mondo intero che alla sola Lucia. “Non ne ho la più pallida idea, l&#8217;unica cosa che so è che sono quasi le sei e mezza ed è ora di andare a casa..” la ragazza si alzò, diede due baci sulle guance a Matteo e sorridendogli lo salutò lasciandolo solo in mezzo alla corte. Matteo, per la terza volta in due giorni, si ritrovò ancora solo, immobile, un po&#8217; spaventato e con un&#8217;unica certezza: per ora, di tutta questa storia, non ci stava capendo proprio un bel nulla. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">Quella sera Matteo andò al cinema da solo, amava profondamente la solitudine della visione di un film, soprattutto gli piaceva il fatto che, una volta finito lo spettacolo, se si è da soli non sono necessari commenti e analisi che, in caso contrario, la gente sovente ama chiederti. Tutto questo Matteo non lo sopportava. Senza fretta si diresse, quindi, verso il cinema “Lumière”. Era un piccolo cinema, strutturalmente carente, ma l&#8217;unico che avesse un programma di visioni che andava dal sano recupero di vecchi classici fino ad un&#8217;ultima uscita snobbata dai circuiti mainstream. Allo spettacolo delle ventidue e trenta avrebbero proiettato la versione director&#8217;s cut di “Blade Runner”, a dire il vero Matteo preferiva quella originale con quel suo falso lieto fine e la voce fuori campo che faceva tanto letteratura hard-boiled americana, ma Harrison Ford nel ruolo di Deckard era sempre stata una piacevole visione per gli occhi e, alla fine, poteva giustamente reputare quel film di apparente fantascienza come uno dei suoi preferiti di sempre. La visione, quindi, passò lieta e tranquilla. Tuttavia, proprio mentre Rutger Hauer stava cominciando il suo monologo finale, Matteo udì un fischio leggero provenire dalla sua sinistra. Si voltò e vide la figura indistina di un uomo. Strano, pensò, non c&#8217;era nessuno a poca distanza dalla sua poltrona. “Ehi.. Matteo..” la voce flebile della figura raggiunse le orecchie del ragazzo che, un po&#8217; spaventato, rispose solo con un timoroso: “Sì?”. “Sono io, non mi riconosci?” gli disse la voce, Matteo sgranò un po&#8217; gli occhi per tentare di mettere a fuoco quella figura, dopo qualche secondo, finalmente, riuscì a a capire di chi si trattasse. Era Giovanni, il portinaio della facoltà, con cui Matteo, in passato, aveva condiviso numerose sigarette durante le rispettive pause. “Giovanni? Che ci fai qui?” chiese Matteo un po&#8217; stupito, effettivamente era da qualche settimana che non lo vedeva più all&#8217;ingresso della facoltà, si era risposto che si trattava semplicemente di una meritata vacanza, anche se quella spiegazione così semplicistica non lo aveva convinto più di tanto.“Secondo te? Guardo il film&#8230;” rispose il portinaio un po&#8217; scocciato “&#8230;ma non è questo quello di cui voglio parlarti. Non ho molto tempo, ascoltami bene e registra ogni mia parola, è di vitale importanza!” la voce era preoccupata e Giovanni inframezzava il suo discorso guardandosi attorno come se aspettasse da un momento all&#8217;altro l&#8217;arrivo di misteriosi sicari pronti ad ucciderlo. Matteo annuì e fece segno a Giovanni di andare avanti. “Mi hanno fatto fuori, Matteo, dovevano tagliare delle teste e hanno deciso che doveva essere la mia. Ma io non mi rassegno e tu, Matteo, sarai il mio braccio. Domani mattina, cerca di distrarre quel buffone che hanno messo al mio posto, nel secondo cassetto della scrivania della portineria troverai un fascicolo. Il nome che porta ti sarà decisamente familiare: Carneretto”. “Carneretto!” disse Matteo ad alta voce. Nel frattempo il film stava per finire, il monologo di Rutger Hauer era quasi alla conclusione e, dato il particolare pathos di quella scena, un paio di spettatori che stavano nella sala quasi vuota esplicitarono il loro disappunto all&#8217;uscita di Matteo con un paio di “Shhh!”. “Stai calmo, Matteo, stai calmo. So tutto, basta che mi stai ad ascoltare con tranquillità e, tra qualche minuto, anche tu avrai chiara questa dannata faccenda”. Matteo annuì per una seconda volta, fece due respiri profondi e riprese ad ascoltare Giovanni. Tuttavia, mentre l&#8217;ex portinaio si apprestava a ricominciare a parlare, il film terminò e le luci si accesero. “Maledizione!” borbottò Giovanni “Aspettami fuori,” concluse perentorio mentre continuava a guardarsi in giro freneticamente. Matteo annuì, si alzò rapidamente dalla poltrona e si diresse verso l&#8217;uscita del cinema. Fuori dal “Lumière” la città sonnecchiava, la piccola e gradevole piazza su cui l&#8217;edificio dava era sempre piaciuta in modo particolare a Matteo. Si sedette su un panettone di cemento e si accese una sigaretta in attesa della persona che, a detta sua, avrebbe risolto ogni possibile viaggio mentale che Matteo stava percorrendo da qualche giorno. Attese cinque, dieci, venti minuti, gli altri cinque spettatori uscirono e ciascuno si diresse verso la sua strada. Di Giovanni, pero&#8217;, nessuna traccia. Quando il ritardo si fece evidentemente strano, Matteo entrò nel cinema per scoprirne il motivo. Alla biglietteria il titolare del cinema non c&#8217;era, qualche secondo dopo un rumore di una scopa che ramazzava preannunciò il suo ritorno. “Mi scusi, ma c&#8217;è ancora qualcuno in sala?” chiese Matteo al vecchio signore che ormai da anni gestiva quel piccolo ricettacolo di anarchia cinematografica. “Nessuno ragazzo, nessuno. L&#8217;ora si fa tarda, il film è finito, chi vuoi che rimanga in questo vecchio cinema?” concluse quindi il vecchio ridacchiando divertito. Matteo lo guardò un po&#8217; stupito, quindi, rassegnatosi all&#8217;idea che Giovanni si era definitivamente smaterializzato da quella sala, se ne uscì.</p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-weight:normal;">L&#8217;indomani Matteo si alzò di buon&#8217;ora, alle nove in punto si trovava già davanti all&#8217;ingresso della facoltà in attesa che aprisse. Assieme a lui solo qualche studente particolarmente zelante, libri in mano e pronto a tuffarsi in una mattinata di disperatissimo studio. Quando la facoltà aprì Matteo decise di aspettare ancora un po&#8217;, voleva evitare di destare troppo sospetti. A dire il vero il ragazzo non era ancora convito che assecondare la richiesta di Giovanni fosse una buona idea, certo l&#8217;ex portinaio non aveva nulla da perdere mentre lui, nonostante i problemi con il piano di studi, era ancora intenzionato a proseguire nella sua carriera universitaria; magari una laurea, prima o poi, sarebbe arrivata. Pero&#8217;, pensò anche, il nome Carneretto era un&#8217;attrattiva troppo ghiotta per resistere alla tentazione. Dopo aver atteso per circa un&#8217;ora, verso le dieci di mattina, la facoltà cominciò a popolarsi e Matteo decise che era il momento di agire. Il nuovo portinaio era davvero un buffone, inizialmente aveva pensato che il giudizio di Giovanni fosse stato offuscato dalla rabbia di essere stato licenziato ma, dopo averlo osservato bene, si poteva dire che la cosa avesse assunto una certa aurea di ufficialità. Era un vero e proprio deficiente, capelli biondi ingellati e un abbigliamento da palinsesto televisivo pomeridiano completavano un quadro già decisamente tragico. Il vero problema era come distrarlo, Matteo non possedeva alcuna attrattiva per un tipo di persona come lui e trovare una scusa per allontanarlo dal suo posto di lavoro non era cosa semplice. Mentre rimurginava su come approcciare il portinaio vide Lucia entrare nella facoltà, aveva il viso ancora assonnato e i capelli un po&#8217; arruffati facevano ben intendere che non si doveva essere svegliata da molto tempo. A Matteo si illuminarono gli occhi: forse aveva trovato la carta da giocare. Fece qualche passo per andarle incontro mentre con la mano la salutò, Lucia contraccambiò con un sorriso stanco. “Ciao Lucia, come va?” iniziò cauto. “Stanca, odio le lezioni della mattina&#8230;” rispose la ragazza dagli occhi assonnati, Matteo annuì sornione, poi passò all&#8217;attacco: “Ascoltami Lucia, so che ti potrà sembrare strano, stupido e forse anche un po&#8217; folle ma ti devo chiedere un favore. Ho bisogno che distrai per me il portinaio, quel cazzone biondo, hai in mente? Fingi una distorsione, un malore, qualsiasi cosa. Devo entrare nel suo stanzino, costi quel che costi!”. Lucia guardò storto l&#8217;amico, ci riflettè sopra un attimo e poi rispose: “Ti sei bevuto il cervello? Cosa dovrei fare?”, Matteo unì le mani a mo&#8217; di preghiera e guardò Lucia con occhi da supplice: “Ti prego! Se ti fidi un po&#8217; di me, è davvero importante e, davvero non lo dico per adularti, sei l&#8217;unica persona di cui mi possa fidare in questo preciso istante”. La ragazza annuì distrattamente, Matteo riuscì quasi a carpirne i pensieri vedendone quel tipico sguardo di rassegnazione misto alla curiosità di sapere cosa dovesse fare il suo amico. “E va bene&#8230; ma poi mi devi spiegare tutto, d&#8217;accordo?” disse infine Lucia cedendo alla supplica, Matteo le prese le mani e cominciò a ringraziarla infinitamente. “Ok, ok. Non c&#8217;è bisogno, davvero. Avanti, facciamo quello che dobbiamo fare!” concluse quindi Lucia cominciando ad incamminarsi verso la portineria mentre Matteo, un poco distante, seguiva l&#8217;amica nella sua recita. Arrivata proprio davanti alla portineria Lucia simulò perfettamente una storta con tanto di urletto isterico e finte lacrime di dolore, il portinaio non si fece scappare l&#8217;occasione di fuga dalla routine lavorativa quotidiana e immediatamente uscì dal suo stanzino per aiutare la povera ragazza. “Che succede? Tutto bene?” disse il biondo ingellato, Lucia fece no con la testa e cominciò a lamentarsi della storta, nel frattempo Matteo si avvicinò alla zona del crimine quasi noncurante del finto incidente. “Sembra proprio una storta” disse il portinaio soddisfatto della sua perfetta analisi medica “Aspettami qua, vado a prenderti un po&#8217; di ghiaccio. Ehi tu!” disse quindi indicando Matteo che rispose con un “Si?” pieno di aspettative, “Aiutala a farla sedere qua dentro, arrivo subito!”. Matteo non se lo fece ripetere due volte e, mentre il portinaio si allontanava in direzione dell&#8217;infermeria, prese Lucia sottobraccio e la condusse nello stanzino. “Bene, sei contento ora?” disse Lucia, Matteo non le rispose e cominciò a cercare freneticamente nel cassetto indicatogli da Giovanni. “Questo no, quest&#8217;altro nemmeno&#8230; cazzo, ma dov&#8217;è Carneretto?” continuava a ripetere il giovane studente, poi finalmente trovò un fascicolo inserito in una cartelletta di plastica. Su di un adesivo campeggiava a caratteri cubitali la scritta “Prof. Carneretto”. Soddisfatto fece un gran sorriso a Lucia e le disse: “Ok, andiamocene ora&#8230; prima che torni!”, prese per mano l&#8217;amica, la quale protestò un attimo invocando la lezione a cui avrebbe dovuto assistere, e se la trascinò letteralmente fuori dalla facoltà. Il resto della giornata Matteo lo passò con lei, quando Lucia gli chiese delle spiegazioni Matteo andò un po&#8217; nel pallone ma riuscì a cavarsela propinandole una mezza verità: “Sto scrivendo un articolo su questo professore e, come ben sai, le istituzioni non sono mai tanto compiacenti con noi aspiranti giornalisti d&#8217;inchiesta”. Lucia lo guardò strano, ricordava ancora perfettamente come il giorno prima Matteo avesse sbottato contro Sergio nominando quello stesso professore, tuttavia decise di non fare domande e fece finta di aver bevuto la scusa. Quando si salutarono Matteo si sentì un vero e proprio stronzo, aveva approfittato dell&#8217;amica ma, continuava ripetersi, in fondo lo aveva fatto a fin di bene e, se non le aveva detto la verità, era stato solamente per tenerla fuori da tutta quella vicenda assurda di cui Matteo ancora non capiva la portata reale. Una volta giunto a casa, finalmente, Matteo aprì il fasciolo e avidamente cominciò a leggerne il contenuto. Lo lesse almeno quattro volte prima di essere sicuro di aver assimilato le notizie. Carneretto era stato un vecchio professore di inizio anni &#8216;90, aveva una cattedra in Storia Contemporanea e una specializzazione sulla guerra civile spagnola. A quei tempi era considerato tra i massimi esponenti della contemporaneistica, il tutto fino a quando, un giorno di primavera del 1997, impazzì completamente. Nessuno sapeva cosa avesse visto o sperimentato, neanche la perizia psichiatrica allegata al fasciolo era riuscita a capire di cosa si trattasse, tuttavia Carneretto cominciò a molestare le sue allieve e a pretendere assurdità più generiche da tutti gli altri studenti dei suoi corsi. Matteo non aveva resistito  e aveva riso di gusto quando aveva letto che li obbligava ad assumere bevande alcoliche ad orari improponibili o mentre leggeva le righe del fascicolo in cui si parlava di quella mattina in cui si era lanciato in apprezzamenti spinti sulla beltade di giovani fanciulle della prima fila di banchi. L&#8217;università aveva deciso di far tacere la cosa, sarebbe stato un grave colpo alla sua immagine e il Magnifico Rettore dell&#8217;epoca non poteva tollerare assolutamente un calo di iscritti. Fu così che le ragazze e i ragazzi molestati furono risarciti in via non ufficiale, di Carneretto, invece, non c&#8217;erano notizie dopo il suo licenziamento. La pagina del fascicolo che doveva parlare della sua nuova collocazione era stata strappata, un solo lembo era sopravvissuto e lì Matteo ci aveva potuto leggere solo i resti di una “G” che poteva voler dire tutto e niente in ugual modo. Non so ancora dov&#8217;è ma è già un buon punto di partenza, pensò Matteo mentre si infilava nel letto e, fisicamente debilitato dall&#8217;intensa giornata, si addormentava di sasso. </span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-weight:normal;">Il cartello che rappresentava una piantina in scala della biblioteca era sempre stata fonte di grande confusione per Matteo. Anche quella mattina, arrivata dopo una notte di sonno agitato, non fece eccezione. La prima cosa a cui aveva pensato, rimuginando su quella “G”, era che si poteva trattare di un&#8217;aula o di un&#8217;ala della biblioteca di cui mai aveva sentito parlare. Dopo aver girato per tutta la facoltà, constatato che in una fantomatica aula G nulla di strano era presente, Matteo si ritrovò a girare per la biblioteca alla ricerca di un qualsiasi indizio che gli potesse indicare la nuova dimora di Carneretto. Aveva riletto la piantina per una ventina di volte senza trovarci accenno di una ala G. Proprio mentre si trovava in una stanza dell&#8217;edificio che aveva già visto e rivisto migliaia di volte, qualcosa attirò la sua attenzione. Si trattava di una porta che, solitamente, era sempre stata chiusa a chiave ed era stata vittima delle più terribili speculazioni di studenti troppo annoiati dalla lettura. Quel giorno, pero&#8217;, la porta non era chiusa a chiave. Matteo le si avvicinò, attratto da quel varco come una calamita, l&#8217;aprì lentamente mentre freneticamente osservava che nessuno lo stesse osservando. Una fitta scala accolse il giovane studente che, cuore in gola, cominciava ad apprestarsi alla discesa verso il suo personalissimo inferno. I gradini sembravano infiniti, poi, dopo circa cinque minuti, si trovò in l&#8217;ambiente che mai, in tre anni di frequentazione di quella facoltà, aveva visto. Un tavolo e una piccola cucina lo accolsero in quella che, più di una biblioteca, pareva essere un&#8217;abitazione. Gli scaffali ricolmi di libri addossati alla parete gli fecero comunque capire che quella doveva essere una vecchia stanza della biblioteca ormai in disuso. “Così sei arrivato,” una voce lo sorprese, immediatamente si voltò e una figura gli apparve. Si trattava di un uomo che ad occhio doveva avere all&#8217;incirca sessant&#8217;anni, i capelli erano raccolti in un ridicolo riporto e una prominente pancia ne facevano capire l&#8217;affinità con l&#8217;alcool. “Gradisci un limoncello? Lo faccio a Sorrento, è davvero ottimo” continuò l&#8217;uomo mentre si avvicinava ad un vecchio frigor, lo apriva e ne tirava fuori una bottiglia senza alcuna etichetta. “Beh&#8230;io&#8230;” balbettò Matteo “Sì, grazie.” Immediamente gli vennero in mente le parole del fascicolo su Carneretto, le sue strane richieste agli studenti e la passione per svariati superalcolici. Nel frattempo l&#8217;uomo aveva preso due bicchierini e gli aveva riempiti del liquore distillato dai suoi personalissimi limoni. “Mi hai trovato subito, non ti aspettavo così presto. Immagino avrai tante domande, tanti dubbi irrisolti” disse Carneretto rivelando finalmente la sua natura ad uno spaesato Matteo mentre gli porgeva un bicchiere di limoncello. Il ragazzo lo tracannò velocemente, in quel luogo fuori dal mondo non riusciva a trovarsi a suo agio e le parole del ritrovato Carneretto gli stavano facendo salire una certa ansia. “Perché?” disse quindi mentre porgeva nuovamente il bicchiere al professore per farselo riempire di nuovo. “Vedi” cominciò Carneretto versando dell&#8217;altro limoncello a Matteo “questa è l&#8217;ultima domanda che ti devi porre. Forse sarebbe capitato ad un altro studente, forse era scritto dovesse capitare a te, ma chi lo può sapere se non il buon Dio? Quello che ti devi chiedere, forse, è se davvero tutto ciò che hai vissuto abbia una vera importanza. Magari, quando hai pensato di stare impazzendo, era il tuo unico momento di lucidità e hai intravisto la realtà per quello che è: mutevole, ingannevole, troppo complicata per essere compresa nella sua interezza. Un assistente della biblioteca come l&#8217;oracolo di Delfi o uno strano incontro al cinema, cosa vogliono significare? Ascolta un vecchio come me, cerca la volpe che ha perso la sua pelliccia e, forse, troverai la risposta a questo mistero.” Le parole erano sgorgate fluide, affascinanti, Matteo ne era quasi rimasto rapito. Almeno fino a quando non aveva compreso che, per l&#8217;ennesima volta, non lo avrebbero portato da nessuna parte. Terminò anche il secondo bicchiere di limoncello, quindi disse: “Un enigma? Ancora? No, non credo proprio.” Nervosamente gettò il bicchiere sopra il tavolo rompendolo, quindi, scocciato da quella che ormai gli si configurava davanti come una stupida farsa, voltò le spalle a Carneretto lasciandolo solo a bere quel liquore che, a dire il vero, a Matteo aveva pure fatto discretamente schifo. Mentre risaliva le scale una sorda rabbia percosse il suo animo, aveva passato giorni a capire qualcosa di quell&#8217;enigma e l&#8217;unico indizio che aveva si era rivelato un pazzo mitomane, a cosa si sarebbe riferita ora la volpe che aveva perso la sua pelliccia? Fu in quel preciso istante che tutta quella storia gli apparve per ciò che era davvero: solamente un&#8217;enorme stronzata. Tuttavia il destino di Matteo non era ancora compiuto, prima di poter completare il suo catartico percorso alla ricerca di una soluzione al suo piano di studi avrebbe dovuto affrontare ancora una prova. Se ne rese conto quando, mentre verso sera camminava per la via che lo avrebbe condotto a casa, un gruppo di persone vestite da mantelle nere sulle quali campeggiava lo stemma dell&#8217;università comparvero ad un crocicchio della strada. Si trattava di una decina di persone, equamente divise per sesso,  che gli si pararono davanti e gli impedirono il passaggio. “Lunati Matteo” cominciò uno dei ragazzi facendo un passo per avvicinarsi“In nome dell&#8217;onorevole circolo delle Matricole Protettrici ti ordiniamo di consegnarti pacificamente a noi. Troppo ti sei addentrato in faccende che non ti riguardano, hai rubato e ti sei fidato di cattivi consiglieri. Come il nostro codice ci impone ti sarà concessa un&#8217;ultima difesa prima di essere condotto dal Gran Maestro affinché tu possa essere giudicato per i tuoi peccati!” terminata la frase di rito le altre matricole alzarono la testa al cielo e all&#8217;unisono salmodiarono: “Così diciamo tutti”. Matteo squadrò una per una le matricole, i suoi occhi le guardarono in modo così truce che qualcuna di esse sembrò quasi vacillare nella loro dogmatica fede. Poi, dopo qualche secondo, Matteo disse effettivamente la sua ultima difesa: “Ma se ve ne andaste un attimo affanculo?” senza attendere una risposta che, con tutte le probabilità, mai ci sarebbe stata Matteo spintonò malamente la matricola che aveva parlato per prima e passò oltre a quel ridicolo esercito di fanatici dell&#8217;ultima ora. Nessuno osò dire nulla né gli impedì di andarsene, era come se Matteo avesse rotto l&#8217;incantesimo che permeava la sua vita in quei giorni. Infine era riuscito a grattare via quello strato di grottesco e, non più presenti in un mondo che ormai non gli apparteneva più, le matricole scomparvero nel nulla proprio come erano apparse qualche minuto prima.</span></p>
<p style="margin-bottom:0;font-weight:normal;">
<p style="margin-bottom:0;"><span style="font-weight:normal;">Il giorno dopo Matteo si svegliò con un gran mal di testa. Si fece una sana doccia ristoratrice, si vestì e uscì di casa più deciso che mai. Questa volta del mistero nulla gli importava, andò verso la segreteria, ritirò il modulo appropriato da un espositore e cominciò a compilare il suo piano di studi vergandolo con la sua calligrafia. Modalità cartacea, sì signore. Nessun computer ora avrebbe mediato nella compilazione, finalmente poteva farsi fautore del suo corso di studi e la cosa gli donò una certa felicità, forse un po&#8217; infantile, forse solo dovuta allo stress accumulato da giorni di inutili indagini e peripezie. Terminato di scrivere lo imbucò in una cassetta delle lettera che recitava “Piani di Studio corrente anno” e se ne uscì dall&#8217;edificio senza degnare minimamente di uno sguardo tutto ciò che gli ronzava intorno. Ormai non gli rimaneva che una cosa da fare. A passo spedito si diresse verso la facoltà, entrò nella biblioteca e si mise alla ricerca di Lucia. Gli ci volle un po&#8217; di tempo per trovarla, poi la vide seduta ad un banco proprio nella stanza dove si trovava la porta che conduceva alla prigione di Carneretto. Per qualche secondo si bloccò in contemplazione, i corti capelli di lei gli permettevano di osservare perfettamente i suoi lineamenti mentre se ne stava a capo chino a leggere un libro. Matteo le si avvicinò lentamente poi, sottovoce, le disse: “Andiamo a fare un giro? Ti va?” Lucia alzò lo sguardo stupita dalla richiesta di Matteo. In anni che si conoscevano mai Matteo aveva avuto il coraggio di proporle qualcosa esponendosi in prima persona, lo guardò per qualche secondo e poi gli rispose: “Tu sei completamente impazzito.” Nel suo tono non c&#8217;era cattiveria ma un sorriso amaro le si dipinse sul viso. Matteo, incurante di tutto ciò, la prese per mano e la trascinò fuori dalla facoltà. Lucia, forse un po&#8217; stupita, forse semplicemente perché finalmente poteva dimostrarsi accondiscendente ad un segnale dell&#8217;amico, non disse nulla e lasciò che Matteo la guidasse per la strada che li avrebbe portati verso il centro della città, lontani dall&#8217;edificio dove entrambi studiavano. Ciò che pero&#8217; entrambi non sapevano era che, proprio come nel film preferito di Matteo, al termine del loro viaggio probabilmente non ci sarebbe stato il paradiso, né una felicità condivisa, ma l&#8217;inquietudine solitaria di un Overlook Hotel. </span></p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/15/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/15/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/15/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/15/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/15/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/15/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/15/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/15/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/15/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/15/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=15&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2009/09/23/della-paranoia-conseguente-alla-compilazione-di-un-piano-di-studi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Di Alessandrie e altri Egitti</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2008/06/06/di-alessandrie-e-altri-egitti/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2008/06/06/di-alessandrie-e-altri-egitti/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 Jun 2008 14:41:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Singoli racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/?p=13</guid>
		<description><![CDATA[Dedicato a François Truffaut e Ivan Graziani.
C&#8217;era una volta il millenovecentottantatre. Con lui, e gli altri anni della famiglia degli ottanta, arrivò il cambiamento sotto la rigida ala protettiva del disimpegno e del mito del vivere facile, godendosi completamente il benessere di un mondo che, già da molto, mostrava un ineffabile sintomo di decadenza.
Fu durante [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=13&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Dedicato a François Truffaut e Ivan Graziani.</em></p>
<p>C&#8217;era una volta il millenovecentottantatre. Con lui, e gli altri anni della famiglia degli ottanta, arrivò il cambiamento sotto la rigida ala protettiva del disimpegno e del mito del vivere facile, godendosi completamente il benessere di un mondo che, già da molto, mostrava un ineffabile sintomo di decadenza.</p>
<p>Fu durante quell&#8217;anno che Alessandro e Ermanno cominciarono a vivere in una perfetta e sublime comunanza spirituale.<span id="more-13"></span> Parlavano di arte, politica, calcio, letteratura e tutto quanto il resto potesse essere discusso ai tavoli di un caffè o seduti in una piazza qualsiasi. Entrambi frequentavano la facoltà di Lettere e Filosofia dell&#8217;Università di Firenze, Alessandro era un brillante storico mentre Ermanno dedicava la sua vita alla critica letteraria e, a volte, alla ricerca filologica. Certo non erano sempre d&#8217;accordo su tutto, tuttavia tra loro vigeva un sacrale rispetto che nulla al mondo, o quasi, avrebbe potuto scalfire. Le loro differenze, pero&#8217;, non si limitavano alla squadra da tifare o a qualche dibattito sulla poesia italiana della seconda metà del novecento. I due avevano seguito sentieri diversi prima di ritrovarsi a percorrere la strada della maturità fianco a fianco, era come se fossero stati protagonisti di due differenti <em>bildungsroman.</em> Entrambi validi ma anche assai diversi nella trama e nei presupposti.</p>
<p>Alessandro era nato in una Milano che, gradualmente, da capitale morale si era trasformata in una città tutta da bere dedita al più classico degli onanismi da anni ottanta: godere di tutta la ricchezza che ammantava i muri delle case milanesi e i manti delle sue strade trafficate. I suoi genitori appartenevano ad una generazione nata dalla disastrosa seconda guerra mondiale e non avevano mai avuto interesse per la rivoluzione che gli anni sessanta e settanta avevano portato, tuttavia non erano mai stati padroni della sua vita e di questo Alessandro gli era più grato che mai. All&#8217;età di diciannove anni, dopo un diploma di liceo classico, il loro amato e unico figlio aveva deciso di abbandonare la ripida pianura lombarda dove era nato e cresciuto per approdare nella rossa Toscana.</p>
<p>Ermanno, invece, aveva avuto una vita piena di conflitti irrisolti che per tutta la sua adolescenza lo avevano portato a fare scelte estreme e troppo spesso dettate dal risentimento. Era nato nella campagna napoletana e i suoi genitori non comprendevano appieno il suo desiderio di studiare. Per loro Ermanno, il quarto figlio, avrebbe dovuto lavorare nei campi e, alla loro morte, affiancare i fratelli più grandi nella gestione dell&#8217;azienda agricola familiare. Superfluo dire che tutto questo ad Ermanno non interessava, passava il suo tempo leggendo Montale, Pavese, Ungaretti e molta letteratura americana che proprio in quegli anni della sua travagliata adolescenza stava cominciando ad essere sistematicamente tradotta e studiata. Sognava di diventare un professore e di poter insegnare la bellezza de <em>Le Occasioni </em>o il malinconico fascino che la prima produzione di Ungaretti donava al suo lettore. All&#8217;età di sedici anni sua madre morì. Un incidente nei campi, il trattore che un fattore stava guidando si ribaltò andando proprio a schiacciare il corpo della sua inerme genitrice che stava raccogliendo alcune olive. Dopo quel momento suo padre si chiuse in se stesso e dedicò, più di quanto facesse già, la sua vita al lavoro vessando i figli di continui straordinari di lavoro nei campi. Dopo qualche mese Ermanno scappò, lasciò il liceo classico Vittorio Emanuele II di Napoli che con tanta fatica aveva ottenuto di poter frequentare e portò le sue stanche membra a Roma. Lì cominciò a lavorare, sperimentò una nuova vita cittadina, entrò in contatto con i movimenti politici e culturali che si erano formati e si stavano formando nella capitale e continuò a studiare da autodidatta. Dopo aver preso un diploma di liceo classico da privatista, Ermanno decise che era ora di lasciare Roma. Fu così che, da un giorno all&#8217;altro, senza dire nulla né ai suoi amici né alla sua compagna romana, approdò a Firenze dove riprese a lavorare e cominciò a frequentare un corso in lettere moderne presso l&#8217;università della città medicea.</p>
<p>Giulia entrò nelle loro vite nell&#8217;autunno di quello stesso millenovecentottantatre, invero uno dei più caldi di cui i fiorentini avessero memoria. Lei studiava all&#8217;Accademia delle Belle Arti, aveva capelli castani ornati da boccoli precisi con un chè di angelico e dalle sue labbra uscivano fonemi modellati da quel suo equilibrato accento fiorentino. Fu proprio la sua voce la prima cosa che Alessandro e Ermanno conobbero di lei. Si trovavano al museo Stibbert e mentre contemplavano un quadro di Pieter Bruegel il Giovane, Giulia si affiancò ai due amici e cominciò a dissertare circa quel <em>Carnevale in casa di contadini</em>. Parlarono a lungo del carnevalesco nel mondo, di quel tipico gusto umano dell&#8217;invertire una situazione esorcizzando, in quel modo, ingiustizie, problemi sociali e quant&#8217;altro possa flagellare l&#8217;animo umano. Girarono molto per la città e Alessandro e Ermanno aprirono a Giulia quel loro microcosmo, le loro anime si aprirono in un abbraccio accogliendo quello di quella ragazza che con il suo viso ricordava, forse fin troppo, quello della Madonna del Caravaggio che qualche ora prima tutti e tre avevano contemplato nel museo. Nel momento dell&#8217;addio tutti e tre sapevano perfettamente che quella non sarebbe stata la loro unica serata, Alessandro ed Ermanno finirono la nottata a bere whiskey brindando a quell&#8217;apparizione che li aveva entrambi penetrati dagli occhi e poi un po&#8217; più giù in ogni altro loro organo interno e non.</p>
<p>I tre continuarono a vedersi per tutto il resto di quell&#8217;autunno e poi per tutto l&#8217;inverno, prima camminando per chilometri per la città e poi, quando il gelo attanagliò Firenze, nel monolocale di Alessandro dove alle discussioni si affiancavano sempre bottiglie di whiskey e sigarette. In quelle serata la musica la faceva da padrona, per tutto l&#8217;inverno tre vinili continuarono a girare vorticosamente. Iniziavano sempre con il <em>White Album </em>dei Beatles, per proseguire con il malinconico <em>Köln Concert </em>e poi lasciare spazio al misticismo hard rock di <em>Led Zeppelin IV. </em>Il monolocale si tingeva di anni settanta e un tappeto di idee, critiche e analisi di quell&#8217;<em>italietta </em>che si stava formando fuoriusciva dalle legnose casse dell&#8217;impianto stereo.</p>
<p>Quando la primavera giunse nessuno di loro si aspettava che, con ogni probabilità, essa sarebbe stata la più estenuante della loro vita. Più passavano i giorni e più Giulia cominciò ad accorgersi che qualcosa nel rapporto tra Alessandro ed Ermanno cominciava ad incrinarsi.</p>
<p>Fu una sera al Ponte Vecchio che radicalmente cambiò tutto. Giulia e Alessandro stavano seduti sul ponte mentre Ermanno nervosamente passeggiava davanti ai suoi due amici. Uno sguardo cupo devastava quello splendido sorriso che Giulia non riusciva a non considerare uno dei suoi personalissimi piaceri della vita.</p>
<p>&#8220;E quindi credi non si possa fare nulla?&#8221; chiese Alessandro.</p>
<p>&#8220;Guarda la gente intorno a noi, sono passati solo pochi anni e la gente ha già cambiato modo di vestire, di pensare e di questo nostro mondo a nessuno importa più niente,&#8221; rispose piccato Ermanno.</p>
<p>&#8220;Non eri mai stato così disilluso. Io penso, anzi, sia il momento di attivarsi. Bisogna parlare con la gente, fargli capire che nulla è ancora finito. I movimenti hanno perso, è vero, ma c&#8217;è da chiedersi il perchè. Ora la rivoluzione ce la vendono, non potevano sconfiggerla e l&#8217;hanno inglobata,&#8221; disse tranquillo Alessandro.</p>
<p>&#8220;Cosa vuoi saperne tu di rivoluzione? Hai sempre vissuto in una gabbia, prima a Milano e ora con me e Giulia. Hai mai visto una barricata? No, amico mio, non l&#8217;hai mai vista e probabilmente mai la vedrai. Se abbiamo perso è anche per colpa tua e di tutti i finti marxisti-leninisti che non hanno mai capito niente. Me lo insegnasti tu, siamo come diadochi di Alessandro Magno. Epigoni che ora non possono fare altro che contemplare Alessandrie costruite da un grande ideale e che ora sono solo tristi mausolei di un grande morto<em>. </em>E non abbiamo altri Egitti dove scappare, come fece Tolomeo, ci rimane solo una triste Macedonia bloccata in un perenne ricordo di quello che fu.&#8221;</p>
<p>&#8220;Sei noioso, Ermanno. Non sai fare altro che ricordarmi con superiorità dove sono nato, non sei diverso da tanti altri tuoi compaesani fascisti che pensano che solo chi nato da Roma in giù possa capire le difficoltà. Mi fai schifo,&#8221; proruppe Alessandro con un tono di voce così alto che qualche turista tedesco impegnato a farsi abbindolare da qualche venditore di souvenir finì per girarsi e osservare i tre amici con i più classici degli sguardi vouyeristici. Alessandro si puntellò con le dita e con un saltello scese dal bordo del ponte dove era seduto, in in una frazione di secondo lui e Ermanno si trovarono faccia a faccia. Passarono eterni secondi in cui i due amici non smisero di guardarsi con risentimento e feroce odio. Poi anche Giulia scese, si avvicinò ai due e dolcemente prese una mano a ciascuno.</p>
<p>&#8220;Facciamo una corsa? Da qui fino al prossimo ponte, va bene?&#8221; chiese con la sua voce delicata che aspirò un poco la c rendendo la sua richiesta del tutto irresistibile.</p>
<p>Non attese risposta, semplicemente iniziò a correre. Poco dopo anche Alessandro e Ermanno le erano dietro e, in breve, la recuperarono affiancandola. Tutto ciò che avevano intorno divenne sfuggente come i colori abbozzati in un quadro di Van Gogh, Alessandro aumentò il ritmo e si lasciò dietro per qualche attimo Giulia e Ermanno. Questi guardò solo per un attimo Giulia e lei gli sorrise. Ermanno si sentì completamente disarmato ma la vista di Alessandro che prendeva il largo lo fece infuriare e aumentò il ritmo ritrovandosi in breve al fianco del fuggitivo. Giulia, che non riusciva a sostenere quella corsa, rimase dietro ad osservare i due amici in quella corsa. Quando Alessandro vide che era stato recuperato una forza dionisiaca si impadronì di lui, in quel momento gli interessava solo arrivare primo. Era come un atleta greco alle olimpiadi, l&#8217;importante non era partecipare ma vincere e affermare la superiorità della propria città. Alessandro era questo che voleva fare, lui non era affascinante come Ermanno e non aveva nemmeno una adolescenza romantica da raccontare, tutto ciò che gli rimaneva per dimostrare a Giulia che lui era migliore di Ermanno, nonostante fosse solo un lombardo piccolo borghese, era quella corsa. Quando ormai mancava poco al termine della corsa e già i due contendenti vedevano sicura la loro vittoria, il sonoro rumore di qualcosa che cadeva in acqua con un tonfo li bloccò. Si voltarono. Giulia non era più dietro di loro e la gente già cominciava ad affollarsi lungo il ponte, loro meta d&#8217;arrivo, guardando giù nell&#8217;Arno. Immediatamente Alessandro ed Ermanno capirono, trovarono la prima scaletta che conduceva sulle rive del fiume e silenziosamente cominciarono a cercare. Ad un tratto Ermanno indicò un punto e Alessandro, che si era diviso dall&#8217;amico cercando in un altra parte della riva, lo raggiunse immediatamente. Ciò che videro li inebetì. Di Giulia, invero, non c&#8217;era traccia. Ciò che Ermanno trovò e subito mostrò all&#8217;amico era una tela ad olio sulla quale era stata dipinta in uno stile da cinquecento fiorentino una figura femminile dalle fattezze drammaticamente simili a quelle di Giulia. Uno squarcio, pero&#8217;, la attraversava a metà. Alessandro guardò Ermanno con gli occhi velati di lacrime, Ermanno, invece, continuava ad osservare quella tela stringendo i pugni. Poi, esausti, tutti giù per terra ed entrambi caddero su quella spiaggetta fluviale.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/pearlygates.wordpress.com/13/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/pearlygates.wordpress.com/13/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/13/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/13/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/13/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/13/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/13/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/13/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/13/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/13/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/13/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/13/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=13&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2008/06/06/di-alessandrie-e-altri-egitti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Teocrazia</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2008/03/11/teocrazia/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2008/03/11/teocrazia/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 02:51:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Singoli racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/?p=11</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Noi siamo l&#8217;Autorità della Mente, noi siamo il Pastore che guida il suo gregge, noi siamo l&#8217;Agnello e la Spada di Fuoco, noi siamo il Guardiano dei Cancelli Perlacei e il Timore di Dio&#8221;
Queste erano le parole che ad ogni angolo della strada, in ogni casa, nelle fabbriche e in qualsiasi  altro luogo un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=11&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="justify">&#8220;Noi siamo l&#8217;Autorità della Mente, noi siamo il Pastore che guida il suo gregge, noi siamo l&#8217;Agnello e la Spada di Fuoco, noi siamo il Guardiano dei Cancelli Perlacei e il Timore di Dio&#8221;</p>
<p align="justify">Queste erano le parole che ad ogni angolo della strada, in ogni casa, nelle fabbriche e in qualsiasi  altro luogo un uomo potesse vivere la sua giornata, erano scritte in modo che nessuno avesse modo di evitare di vederle nemmeno per un secondo. Non c&#8217;era bisogno di specificare chi fosse quel &#8216;noi&#8217;, non c&#8217;era bisogno di chiedersi cosa esse volessero significare, non c&#8217;era bisogno nemmeno di chiedersi il perchè. Ogni singola particella di quel periodo stampato in lettere percise e ordinate faceva parte intrinsicamente della vita di ogni uomo, dal momento in cui si alzava dal letto al momento in cui si coricava per poter bearsi dell&#8217;unico vero attimo di libertà concessogli. Il sogno.</p>
<p align="justify">La Chiesa controllava ogni più piccolo aspetto della vita, plagiava ogni mente fresca pronta ad essere forgiata e reprimeva ogni forma di dissenso per mezzo delle sue azioni repressive. La Congrega per la Moralità girava per le strade, pronta ad intravedere la decadenza dietro tutti gli angoli, i Miliziani di Cristo controllavano l&#8217;ordine pubblico e reprimevano senza pietà qualsiasi sintomo di ribellione o malcontento, tutto questo mentre l&#8217;Inquisizione dirigeva i tribunali ecclesiastici facendo valere il diritto divino. Il Santo Padre dirigeva quello che era il più autocratico regime che il Vecchio Continente del 2090 ospitava sulle sue martoriate terre.</p>
<p align="justify">Eppure un tempo non era così. Il paese era sì mal governato e in preda alla più profonda recessione economica, pero&#8217; le libertà individuali erano quantomento concesse e ci si dava ancora il diritto di non credere e di obbiettare. Ma era una situazione destinata a non durare e la Chiesa ne approfittò. Fece leva sul profondo sentore religioso di un popolo e lo aizzò contro il malcostume dilagante. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo dopo: roghi di filosofi e liberi pensatori, roghi dei loro libri e, di conseguenze, delle loro idee, dissidenti incarcerati, esiliati o deportati per essere schiavizzati nel costruire la nuova società. In effetti tutto cambiò, in poco meno di cinque anni a stento continuai a riconoscere il luogo dove era nato e cresciuto e che aveva visto i miei esistenziali peregrinaggi nei lirici paesaggi di campagne e città permeate dalla Storia. Quel cartello era appeso ad ogni angolo della mia casa e mi informava su chi fosse il mio Dio e a chi dovessi la mia obbedienza. Ogni mese la Congrega controllava che la Regola, pronunciata nel 2014 da Papa Giovanni Paolo III quando tutto ebbe inizio, fosse affissa o incisa in ogni luogo predefinito dalla legge. Era un&#8217;ineluttabile destino della gente comune, di quelli come me.</p>
<p align="justify"><span id="more-11"></span></p>
<p align="justify">Quella mattina mi svegliai controvoglia, la radiosveglia emetteva un fastidioso beep e non appena ebbi aperto gli occhi mi ritrovai di fronte la Regola. Mi accesi una sigaretta. Solo tabacco vaticano, pensai, che merda! Lanciai per terra il pacchetto che portava lo stemmo papalino e lo schiacciai col piede, quindi, facendomi forza, tentai di lavarmi e vestirmi nel modo più veloce possibile.</p>
<p align="justify">&#8220;Augieri Walter&#8221; disse il Focalizzatore una volta che fui sceso dal grigio palazzo dove abitavo. Come ogni mattina stava indottrinando tutti i condomini di quell&#8217;edificio su quale sarebbe stata la loro occupazione durante la mattinata. Vestito con i paramenti sacri quell&#8217;uomo era un funzionario dello stato e, quindi, un religioso, destinato ad una vita di servitù verso una divinità di cui temeva, soprattutto, le incarnazioni terrene piuttosto che le promesse di infernali piaghe dantesche.Guardò su dei fogli che aveva in mano e quindi mi comunicò la mia occupazione: &#8220;Per lei oggi Orientamento per la Vita di Coppia.&#8221; Merda, pensai subito. Odiavo quel tipo di orientamento; si trattava di metterti davanti ad una persona completamente avulsa a te e cercare di capire, in circa dieci minuti di una strana terapia religio-psicotica, se fosse stata lei la donna con cui avrei dovuo svolgere il compito di procreare la specie. Il più delle volte si trattava di invasate, probabilmente membre di qualche club privato di estremiste religiose, che tentavano di convincerti a prendere moglie e a non farti tentare dal desiderio carnale di disperdere il seme. Erano lì per aiutarti e, se volevi fare a loro quel dono, per essere possedute al fine che un nuovo bravo seguace della Chiesa potesse nascere. Altre volte ti trovavi di fronte solamente un&#8217;altra disperata come te, di solito con loro non si parlava mai. Ci si osservava, scrutava, si notavano i più piccoli dettagli del viso dell&#8217;altra e, quando suonava la campana, ci si alzava per uscire da quella follia e preparaci alla punizione per non aver adempito ai nostri doveri.</p>
<p align="justify">&#8220;Dopodichè tornerai alla sede della Stampa Ecclesiastica, il tuo direttore spirituale mi dice di avvertirti che non tollererà altre flessibilità nel tuo orario di lavoro. In caso contrario il tuo status verrà degradato e, immagino, tu non voglia andare a vivere nelle periferie. Dico bene?&#8221;  continuò il Focalizzatore riportandomi al pragmatismo del mio essere quotidiano. Non mi opposi e cominciai a dirigermi verso l&#8217;istituto dove avrei dovuto sostenere il mio test orientativo settimanale.</p>
<p align="justify">Mentre camminavo l&#8217;intera città mi parve sfuocata. Altri fantasmi come me si dirigevano in file ordinate verso le loro destinazioni già preventivamente decise da un qualche super-computer della Congrega della Moralità. Test attitudinali, test psicologici, spirituali, nella vita non mi pareva che continuare a riempire moduli da andare in pasto ad un&#8217;intelligenza artificiale. La nostra personalità era continuamente monitorata. Se mentivi loro lo venivano a sapere e non era facile tenere nascosto qualcosa dal momento che ogni singolo passo nella giornata di un uomo era controllato e profondamente analizzato da preti preposti ad indagare le nostre anime e i nostri spiriti. Ci guardavano dentro e dall&#8217;involucro estrapolavano ciò che c&#8217;era dentro. Se ci trovavano del calore, andava fatto raffreddare, se invece nel tuo cuore c&#8217;era la paura e il dubbio, bisognava che tu diventassi felice. Solo nella notte e nella mattina presto, quando ci era concesso di rimanere soli nel nostro alloggio, potevamo davvero sentirci liberi e le nostre menti sognavano. Spesso facevo sogni erotici, ripensando all&#8217;ultima donna che avevo posseduto e all&#8217;ultima che, invece, avevo amato. Le loro figure apparivano prima nitide, così solide da sembrare fatte di carne e non dell&#8217;onirico costituente dei sogni. Poi, pero&#8217;, scomparivano e si dissolvevano come spiriti a cui non fosse concessa la materialità.</p>
<p align="justify">Giunsi all&#8217;istituto e giunsi nella scarna sala dove avrebbe avuto luogo il mio test. Si trattava di un ambiente vagamente rettangolare, il mio cervello faticava ad imprimersi nella mente gli innumerevoli anonimi luoghi dove trascorrevo gran parte della mia giornata. Era come se ogni mattina li cancellasse cosicché, quando ci tornavo, provavo lo stesso stupore, la stessa malinconia e la stessa rabbia sorda che avevo provato la prima volta in cui le mie gambe avevano solcato le soglie di ciascuno di quei posti. Un tavolino mi accolse tiepidamente, mi sedetti sulla sedia di legno ed aspettai che arrivasse la mia compagna. L&#8217;ultima volta mi era capitata una fanatica, se la legge della probabilità mi assistiva forse per questa mattina avrei trovato una disperata desiderosa solo di un po&#8217; di silenzio. La porta,  poco dopo, si aprì e giunse lei.</p>
<p align="justify">La prima cosa che mi colpì furono le mani: così minute e delicate quanto fiere nel loro incedere che accompagnava i movimenti del bacino e delle braccia. Alzando lo sguardo la mia natura ebbe la meglio, i piccoli ma ben sodi seni risaltavano da una maglietta a righe colorate che, chissà come, era passata inosservata agli avizziti preti della Congrega. Questo mi provocò una leggera erezione. Poi improvvisamente mi colse la voglia di masturbarmi. Erano anni che non ci era concesso, loro potevano trovarti addosso anche la più piccola traccia di seme disperso e tu divenivi immediatamente un immondo. E per un peccatore  il perdono, sì, c&#8217;era ma non in questo nostro mondo. Quando si sedette, finalmente, vidi anche il suo viso. Portava i capelli con la riga in mezzo, tuttavia essendo mossi avevano la tendenza a ribellarsi a quella acconciatura coatta. Quei filamenti di proteine arrivavano fino a sotto le orecchie dove formavano dei lievissimi boccoli. Per un attimo sembrò quasi che l&#8217;intera stanza virasse da quello stantio grigio allo splendente castano dei capelli di quella ragazza. L&#8217;impressione durò poco e fu interrotta dal suo sguardo. Lo sostenni per diversi minuti, silenziosamente in rispetto a lei. Quando le sue deliziose labbra di cristallo si mossero per parlarmi la mia erezione peggiorò. Sentivo il mio membro spingere contro i pantaloni e la cosa cominciò a crearmi un notevole imbarazzo. &#8220;Io sono Alice..&#8221; furono le semplici parole che mi concesse gratificandomi di un successivo sorriso. Poi la campana suonò. Mi risvegliai dalla mia estasi, chiusi gli occhi, gli riaprii e vidi Alice che si dirigeva verso la porta per uscire. Uno degli impiegati del laboratorio, con tutta probabilità un disperato come me e tanti altri che si sedevano su quella sedia ogni giorno, mi intimò di andarmene e così feci. Gli passai accanto senza neanche alzare lo sguardo per un cenno di saluto, lui pero&#8217; mi toccò la spalla e mi costrinse a guardarlo. Il suo sguardo era di profonda compassione. &#8220;Non è successo niente.. non è successo niente..&#8221; mi disse poco prima di lasciarmi andare il braccio e di tornare alle sue occupazioni.</p>
<p align="justify">Non è successo niente, pensai anch&#8217;io mentre mi dirigevo verso le Stampe Ecclesiastiche. Niente che possa inficiare con la sopravvivenza meccanica che i preti chiamano Vita secondo la Regola. Lavorai sodo tutto il giorno, facendo la mia parte in modo da soddisfare i padroni del mio corpo e della mia anima. Puntuale, l&#8217;ordine in una vita come la mia era il fondamento principale di una cosa, alle sei e trenta uscii dalle Stampe mi diressi verso le mense adeguate al mio status di cittadino di livello tre per mangiare qualcosa.</p>
<p align="justify">Le settimane passarono uguali, feci altri cinque test orientativi per trovare la mia futura moglie ma Alice non tornò mai, era come fugacemente scomparsa. Mi stupii a sentirmi preoccupato. Stupido, pensai. Poi, un giorno, improvvisamente qualcosa scattò e decisi che non potevo più aspettare. Era una Domenica mattina, il giorno del Signore, quello dove ciascuno di noi avrebbe cantato la gloria del suo Dominus. Quella mattina non mi alzai controvoglia come tutte le altre duemila e duecentododici in cui avevo vissuto secondo la Regola. Mi levai la coperta e osservai la mia erezione mattutina. Nel nome di Dio! Mi sembrava di sentire il sacerdote iniziare la liturgia. Toccai il mio membro e ne assorbii il calore, quindi lasciai che il pensiero di Alice mi avvolgesse totalmente. Non avevo fretta e cominciai a muovere la mia mano su e giù con un&#8217;esasperante lentezza. Ogni pennata della masturbazione mi ricordava un particolare di quella ragazza e ogni volta che esso veniva assorbito dalla mia mente ricevevo delle intense scosse di piacere. I miei testicolo erano gonfi, così tanto che quasi l&#8217;involontario sbattersi di questi ultimi sulle lenzuola mi provocava dolore. Andai avanti così per circa mezz&#8217;ora, poi accadde. Fu proprio mentre avrei dovuto essere in fila pronto a ricevere il Corpo di Cristo, proprio quando il rito avrebbe dovuto estasiarmi misticamente poiché io stesso mi facevo tutt&#8217;uno con il mio Dio. Fu a quel punto della litigurgia che venni. Il seme del peccato innondò il mio petto e io urlai di piacere. Ansimai per cinque minuti buoni, era come se un rastrello avesse svuotato completamente il mio corpo da tutti gli organi interni. Mi sentii vuoto e provai una sensazione di forte lievità. Poi percepii una fitta lancinante al petto, il respiro mi mancò. Se questo è il peccato Dio lodi tutti i peccatori, fu l&#8217;ultima cosa che pensai prima che il mio cuore decidesse che il mio tempo di materialità era finito.</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/pearlygates.wordpress.com/11/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/pearlygates.wordpress.com/11/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/11/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/11/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/11/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/11/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/11/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/11/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/11/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/11/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/11/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/11/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=11&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2008/03/11/teocrazia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Alexandros (Racconto Pilota)</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/13/alexandros-racconto-pilota/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/13/alexandros-racconto-pilota/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2007 01:02:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alexandros]]></category>
		<category><![CDATA[Singoli racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/13/alexandros-racconto-pilota/</guid>
		<description><![CDATA[Racconto pilota per un possibile sviluppo
Fottuta malinconia turco-cipriota
Si sta proprio bene in questa isoletta del cazzo. Seduto al bar Trapezeia nella parte turca della città, ormai ho lasciato alle spalle le belle mura veneziane, il centro storico gotico-ottomano e la sicurezza di un governo amico. Qua, nella parte nord, tutto è più selvaggio.
&#8220;Bay Konstantinou?&#8221;
Una voce [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=10&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><b><i>Racconto pilota per un possibile sviluppo</i></b></p>
<p><i>Fottuta malinconia turco-cipriota</i></p>
<p>Si sta proprio bene in questa isoletta del cazzo. Seduto al bar <i>Trapezeia</i> nella parte turca della città, ormai ho lasciato alle spalle le belle mura veneziane, il centro storico gotico-ottomano e la sicurezza di un governo amico. Qua, nella parte nord, tutto è più selvaggio.</p>
<p>&#8220;Bay Konstantinou?&#8221;</p>
<p>Una voce in turco, riconosco la parola &#8216;bay&#8217; ossia signore, desta le mie pupille ormai irremediabilmente perse nelle bollicine di una birra troppo calda per la giornata afosa che opprime Nicosia. Alzo il viso, lentamente. Quella pelle leggermente olivastra. Focalizzo meglio. I tratti un po&#8217; orientali. Osservo attentamente. I neri capelli che incorniciano occhi pieni delle loro iridi ambra.</p>
<p>&#8220;Bay Konstantinou!&#8221;</p>
<p>Questa volta il tono è perentorio. Non ammette repliche.</p>
<p>&#8220;Amira Alçöglu, ti trovo bene. Già.&#8221; dico in inglese stemperando la tensione.<br />
&#8220;E&#8217; buffo &#8211; mi risponde, anche lei nella lingua della terra d&#8217;Albione &#8211; hanno mandato proprio te&#8221;</p>
<p>Amira è una donna stupenda. Il classico tipo di donna che non ti fa smettere di chiedere per quale motivo il fato ha deciso dovesse diventare per forza la tua antagonista. Indossa una canotta nera che risalta alla perfezione i suoi seni equilibrati e sodi. Dio, perchè? Jeans attillati mi stupiscono, chi lo avrebbe mai detto che Amira cedesse così alle mode occidentali? Pero&#8217; devo dire che fanno risaltare bene le sue snelle gambe, facendomi rodere ancora di più per il fatto che, un giorno o l&#8217;altro, avrei dovuto ucciderla. O lei avrebbe ucciso me. Amira si passa una mano tra i capelli neri che porta lunghi fino alle spalle e io rimango ad osservarla. Ecco, penso proprio che in fondo sarà lei ad uccidermi. Lo penso mentre mi accorgo di stare facendo il suo gioco, mostro debolezze come ogni cazzo di uomo sulla terra.</p>
<p>&#8220;Sai com&#8217;è &#8211; dico per tentare di rimettermi in carreggiata &#8211; quelli dell&#8217;EYP hanno sempre avuto un discutibile senso dell&#8217;umorismo, non credi?&#8221;<br />
&#8220;Stronzate so benissimo che quella sorta di agenzia governativa non conta nulla. Piuttosto come stanno i tuoi amici al ministero degli affari esteri? Lavori per loro adesso, no?&#8221; mi chiede retoricamente.<br />
&#8220;Sono venuto in pace, Amira &#8211; alzo le mani come per arrendermi &#8211; il ministero è interessato a trattare, seriamente.&#8221;</p>
<p>Vedo Amira fare no con un dito e sorridermi. &#8220;Hg..&#8221; riesco solo a pronunciare quel monosillabo. Poi improvvisamente la giornata soleggiata si fa sempre più buia e in lontananza sento la voce della donna della mia vita.</p>
<p>&#8220;Una birra al <i>Trapezeia</i> mentre attendo, che sarà mai? Mi sembra di sentirti, piccolo, stupido, patetico Alexandros Konstantinou&#8221;</p>
<p>Cado. Porto con me anche il bicchiere. Solo un ultimo scatto della mano, il liquido alcolico riversato sulla mia camicia. Amira. Il buio.</p>
<p><span id="more-10"></span> <i>Il ballo in maschera</i></p>
<p>Sono passati quattro mesi dalla mia ultima visita a Nicosia, da quando è iniziata la mia folle caccia ad  Amira Alçöglu. Oggi è il 13 Novembre 2028. Le strade che sto attraversando appartengono al centro di Losanna, vedo in lontananza le guglie della sua cattedrala gotica e penso che in fondo sono un bel diversivo rispetto alla terra bruciata che avevo incontrato fino a pochi giorni prima in Libano. Negli ultimi mesi, dopo la mia cattura e la mia fortunosa fuga da Ankara, le cose sono cambiate. L&#8217;alleanza delle repubbliche kemaliste, formata da Iran, Iraq e Turchia, ha decisamente imposto la sua leadership nel mondo orientale. Un miscuglio di dittatura militare, fanatismo del laicismo e accettazione dell&#8217;islam moderato, ha fatto sì che in quei tre paesi prendesse piede un fenomeno del tutto simile al kemalismo del dopo Ataturk. Ero stato mandato a Cipro, per ucciderla. Eliminare Amira sarebbe stato un bel colpo per il MIT, il servizio segreto turco, ma il piano per infiltrarsi era fallito miseramente ancora prima che potesse iniziare.<br />
Come costituente riabilitativo il mio governo mi ha messo al servizio di un paio di americani della CIA impegnati nella lotta contro il nuovo grande nemico degli Stati Uniti d&#8217; America. Un paio di agenti insignificanti, poco preparati sul medio-oriente e terribilmente orgogliosi della loro nazionalità del cazzo. Mi hanno mandato in Libano a far fuori un paio di pesci piccoli, forse volevano testare la mia fedeltà dopo la mia visitina alle dorate prigioni di Amira. Poi, finalmente, l&#8217;incarico. Trova Amira. Uccidi Amira. Ama Amira.<br />
La sera giunge presto a Losanna, il lago pare freddo. Gli yatch sono già tutti ormeggiati, quella ridicola parodia di spiaggia nella nordica Svizzera mi fa un po&#8217; tristezza. Pazienza. E&#8217; il prezzo da pagare per la fortuna sfacciata di trovare la mia ossessione così facilmente. Chi lo avrebbe mai detto che la Regina Cristina di Svezia, fresca regnante del omonimo paese scandinavo, avesse simpatie là nel magico mondo dell&#8217;oriente? Questa sera ci sarà da fare una bella scorpacciata, con la Regina ci sarà la créme della nobiltà islamica e, tra loro, Amira in rappresentanza dell&#8217;islam riformato delle repubbliche kemaliste. Una festa privata alla quale pero&#8217; io sono invitato. Mi incammino verso il luogo convenuto e in men che non si dica sono già davanti al luogo del ricevimento: un palazzone ottocentesco con tanto di giardino.<br />
Una volta entrato la situazione è peggiore. L&#8217;atmosfera è terribilmente asburgica, riconosco alcuni nobili europei ancora in carica e altri ancora ormai decaduti. Spesso mi paiono ancora fermi alla metà del milleottocento. Ma non sono loro che mi interessano, indosso la mia maschera, per l&#8217;occasione mi sono rasato la fluente chioma riccia. Come da buona festa di pazzi nostalgici il ricevimento è in maschera, sia mai che questi folli idioti nostalgici mi possano essere utili. Trovare Amira non sarà facile, poi, pero&#8217;, la mia attenzione va al gruppo dei nobili islamici giunti in massa a rendere onore alla loro cara amica occidentale. Sono sempre vestiti uguali, come quando li vedi in tv discorrere amabilmente con la Presidentessa Clinton o qualsiasi altro occidentale. Ormai, però, li so riconoscere tutti. Vedo Sheikh Hama, emiro e monarca assoluto del Qatar, e Mohammed VI, direttamente dal Marocco. Accanto a loro un&#8217;altra figura. E&#8217; fatta. E&#8217; lei. Ci sono.  L&#8217;eccitatazione sale in me. Riconosco la sua pelle, mi sembra quasi di sentire il suo odore, e i suoi occhi ambrati la tradiscono nonostante porti anche lei una elaborata maschera ottocentesca conformandosi ai travestimento dei nobili europei. Il walzer si propaga nell&#8217;aere. Mi viene incontro. Mi ha visto. Troia. Mi ha riconosciuto? Puttana. Bestemmio dio, bestemmio i santi, bestemmio la madonna, devo agire. Subito.<br />
Amira è bella come sempre, si muove voluttuosa fino ad arrivarmi di fronte e mi chiede di ballare in un impeccabile francese. Faccio per assecondarla, non sono un gran ballerino e mi riesce facile fingere di sbagliare un passo. Mentre volontariamente perdo l&#8217;equilibrio riesco nel mio intento. Mi rialzo e dietro la maschera sorrido mentre mi faccio un paio di giri con Amira, dopo poco sento che già il suo corpo ha qualcosa che non va. Si stacca da me e barcolla verso i suoi compari islamici.</p>
<p>&#8220;Non è nulla &#8211; dico ai suoi compagni in un fluente arabo &#8211; deve avere bevuto un po&#8217; troppo. Sapete come sono i turchi, no?&#8221; conclusi ironizzando sulla poco ortodossa osservanza religiosa dei popoli governati dall&#8217;idea politica del kemalismo. &#8220;Un po&#8217; d&#8217;acqua e starà meglio.&#8221;</p>
<p>Amira vorrebbe urlare, vorrebbe dire al mondo intero chi è l&#8217;uomo che si sta offrendo di aiutarla. Avrebbe voluto farlo ma non poteva. La droga che le avevo inniettato l&#8217;aveva già completamente fatta, Amira non riusciva a parlare e spiegare chi fosse quell&#8217;uomo. I nobilotti islamici annuirono sospettosi ma non ebbero nulla in contrario rispetto alla mia proposta. Fu così che raggiunsi i lussuosi bagni, portai Amira in una della cabine e mi ci chiusi dentro con lei.</p>
<p>&#8220;Come potrò divertirmi con te, Amira?&#8221; le chiedo mentre tiro fuori una Beretta 98FS, le monto il silenziatore sopra e osservo lo stupendo corpo della mia donna tremare convulsamente a causa della droga, del terrore e dell&#8217;adrenalina che si mischiano assieme creando un cocktail di sintomatiche terribili. Carico la pistola, poi le levo la maschera e mi specchio nel suo viso olivastro. E&#8217; bellissima. La bacio. &#8220;Ti amo&#8221; le dico. Levo la sicura. E&#8217; la donna con cui fuggirei in un paradiso terrestre. Punto la canna alle sue tempie. Nello stretto bugigattolo in cui siamo pigiati sento forte il suo respiro affannato e vedo il sudore imperlarle la sua fronte. &#8220;Ci vediamo, mia kraliçe.&#8221; Sparo.<br />
E invece no. Un enorme colpo e la porta del bagno viene giù, un gorilla dalle fattezze svedesi scardina letteralmente la porta e mi tira un destro che mi fa sbattere la testa contro il muro e mi fa perdere la pistola. Amira, nel frattempo, si sta lentamente riprendendo. La droga sta già svanendo nel suo sangue, approfitta della mia collutazione e, con la vista ancora un po&#8217; sballata dal pugno, la vedo fuggire barcollando. Persa. Vorrei raggiungerla e dirle quanto la amo con la mia Beretta ma lo svedese mi prende per il colletto dell&#8217;abito e mi scaraventa fuori dal bagno per farmi andare a sbattere contro le piastrelle vicino ad uno di quegli asciugatori automizzati per le mani. Tutto ciò a cui riesco a pensare è che Amira deve essere una persona davvera importanta per la cara Regina Victoria, tuttavia il colosso si sta avvicinando di nuovo a me con tutta l&#8217;intenzione di finirmi o, perlomeno, di neutralizzarmi del tutto. Si avvicina, carica un altro pugno. Poi sparo.<br />
Questa volta sì. Il proiettile lo centra proprio in testa e la montagna camminante si accascia lentamente a terra, sguardo vacuo della morte e il cranio dilaniato. Ripongo la mia piccola pistola di scorta nell&#8217;orlo dei pantaloni e mi rialzo dolorante. Nel bagno posso quasi sentire ancora l&#8217;odore di Amira, mischiato a quello della paura e a quello più pregnante della morte. Raccolgo anche la mia pistola, la ripongo nella giacca e mi allontano dal bagno. Gioco finito, almeno per ora.</p>
<p><i>C&#8217;era una volta il vento</i></p>
<p>La spiaggia di Las Dunas è magnifica. Dietro di me il deserto. Sotto di me sabbia finissima. Davanti a me le montagne del Marocco. I miei capelli si ribellano alla acconciatura impostagli, il vento è incessante e per essere solamente Marzo fa insolitamente caldo. Per quanto mi giri non c&#8217;è nessuno. L&#8217;Andalusia sa essere così magnificamente solitaria, sono contento di essere qui in questo momento. Nessun trucco, nessun inganno.<br />
Mi volto, rapidamente i miei occhi scorrono come in una carrellata e la sua figura appare accanto alla mia. Amira. Solo insignificanti suoni che mai potranno rendere giustizia alla mia Musa.</p>
<p>&#8220;Vuoi ballare?&#8221; mi chiede quasi con dolcezza.<br />
&#8220;Sì&#8230;&#8221; rispondo trepidante.</p>
<p>Mi avvinghio a lei e insieme improvvisiamo un valzer. Dovevo vederla, dovevo stringerla tra le braccia e sentire nuovamente il suo fragore. Non importa a che prezzo. Non mi curo della missione. Morirò, probabilmente. Lo so.</p>
<p>&#8220;Piccolo Konstantinou, immagino tu sia abituato ad avere sempre ragione &#8211; mi dice la mia  kraliçe &#8211; e invece non hai mai capito niente. Né di me, né di te..&#8221;<br />
&#8220;Io ti amo Amira. Amo la tua essenza fuggevole, amo i tuoi capelli neri e la tua pelle così perfettamente olivastra&#8230; &#8221; le sussurrò all&#8217;orecchio. &#8220;Ma più di tutto &#8211; la stringo fortissimo a me &#8211; amo darti la caccia&#8230;&#8221;</p>
<p>Nessun trucco, nessun inganno. Oppure no. Un piccolo ago, una punta avvelenata. Nessun dolore. No dottore, nessun dolore. Amira muore silenziosamente, quasi con grazia. La poso gentilmente sulla sabbia fine. Morirò, probabilmente. Ma non questa volta. Il cuore mi si spezza, non è la prima volta che uccido ma è la prima volta che dono amore facendolo. Amira, mia principessa, il dono della morte ti regalo. Le accarezzo il viso. La bacio sulle labbra ancora un poco calde. Poi, sto. Che modo di merda per finire il proprio viaggio, no?</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/pearlygates.wordpress.com/10/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/pearlygates.wordpress.com/10/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/10/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/10/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/10/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/10/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/10/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/10/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/10/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/10/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/10/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/10/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=10&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/13/alexandros-racconto-pilota/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>#5 (da Poesie del Mare)</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/12/5-da-poesie-del-mare/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/12/5-da-poesie-del-mare/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 Nov 2007 11:27:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tentativi di poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/12/5-da-poesie-del-mare/</guid>
		<description><![CDATA[Mal si
addice
il suono
di
una chitarra
berbera
o
il
tono di
una voce
straniante
Le montagne
dolci
e uno sguardo
duro
poco
hanno a che
fare
con
una
catartica sabbia
di un
deserto
Lascio
questo mondo
di nuovole
a
forma di
vulcani
e
di pelle
troppo chiara
per capire
la bellezza
di
terre forse
non così
ostili
       <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=9&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Mal si<br />
addice<br />
il suono<br />
di<br />
una chitarra<br />
berbera<br />
o<br />
il<br />
tono di<br />
una voce<br />
straniante</p>
<p>Le montagne<br />
dolci<br />
e uno sguardo<br />
duro<br />
poco<br />
hanno a che<br />
fare<br />
con<br />
una<br />
catartica sabbia<br />
di un<br />
deserto</p>
<p>Lascio<br />
questo mondo<br />
di nuovole<br />
a<br />
forma di<br />
vulcani<br />
e<br />
di pelle<br />
troppo chiara<br />
per capire<br />
la bellezza<br />
di<br />
terre forse<br />
non così<br />
ostili</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/pearlygates.wordpress.com/9/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/pearlygates.wordpress.com/9/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/9/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/9/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/9/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/9/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/9/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/9/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/9/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/9/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/9/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/9/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=9&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/12/5-da-poesie-del-mare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>#8 (da Poesie del Distacco)</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/8/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/8/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 07:29:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tentativi di poesia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/8/</guid>
		<description><![CDATA[Ciò che ferisce
trascende
il proprio dolore
Ciò che provo
per te
è solo oltre-amore
Ciò che sublimo
in te
è un odio necessario
Ciò che elimino
da me
sono i ricordi
Ciò che sento
in me
è non volerti più bene
Eppure
la tua pelle
sa ancora forte di
fragole sorde
Eppure
la tua bocca
ancora mi sono trovato
a baciare
       <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=7&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Ciò che ferisce<br />
trascende<br />
il proprio dolore</p>
<p>Ciò che provo<br />
per te<br />
è solo oltre-amore</p>
<p>Ciò che sublimo<br />
in te<br />
è un odio necessario</p>
<p>Ciò che elimino<br />
da me<br />
sono i ricordi</p>
<p>Ciò che sento<br />
in me<br />
è non volerti più bene</p>
<p>Eppure<br />
la tua pelle<br />
sa ancora forte di<br />
fragole sorde</p>
<p>Eppure<br />
la tua bocca<br />
ancora mi sono trovato<br />
a baciare</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/pearlygates.wordpress.com/7/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/pearlygates.wordpress.com/7/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/7/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/7/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/7/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/7/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/7/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/7/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/7/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/7/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/7/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/7/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=7&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/8/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
		<item>
		<title>Peccato di pace</title>
		<link>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/peccato-di-pace/</link>
		<comments>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/peccato-di-pace/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 07:19:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>rebaf</dc:creator>
				<category><![CDATA[Singoli racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/peccato-di-pace/</guid>
		<description><![CDATA[&#8220;Non avrai altro dio all&#8217;infuori di me&#8221;
Esodo 20, 3
Il mio nome è Matteo di Edessa, l&#8217;anno corrente è il 1148 del mese di Ottobre  o, secondo il calendario dell&#8217;Egira a cui ormai noi tutti siamo abituati più che a quello che usano outremer, il 543 del mese di Jumàda al-ùla. Sono passati solo due [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=5&subd=pearlygates&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><i>&#8220;Non avrai altro dio all&#8217;infuori di me&#8221;</i></p>
<p align="center">Esodo 20, 3</p>
<p>Il mio nome è Matteo di Edessa, l&#8217;anno corrente è il 1148 del mese di Ottobre  o, secondo il calendario dell&#8217;Egira a cui ormai noi tutti siamo abituati più che a quello che usano <i>outremer</i>, il 543 del mese di Jumàda al-ùla. Sono passati solo due anni da quando Nūr al-Dīn ibn Zengi ha conquistato nuovamente quella che gli occidentali chiamavano Contea di Edessa. Sono un cristiano o, come mi chiamano tutti i musulmani, un <i>dhimmi,</i> un protetto. D&#8217;altronde per chi come è sempre vissuto in queste terre avere la possibilità di continuare a fare la vita dei nostri padri ,in cambio di qualche piccola tassa da pagare e di fedeltà ai musulmani, è sempre stata la cosa ritenuta più saggia da fare  In fondo loro non mi hanno mai fatto del male.</p>
<p><span id="more-5"></span> Quando mia figlia morì, qualche mese fa a causa di una brutta infezione, Samir, l&#8217;uomo che tutti i giorni alla stessa ora del mattino compra il pane nella mia bottega, mi invitò a pregare alla moschea. Io ci andai e pregai nella sua lingua quello che, con buone possibilità, è il medesimo Dio ma, paradossalemente, ci fa apparire così diversi. Samir mi accompagnò, il giorno dopo, nella chiesa dove fui battezzato e lì, di nuovo assieme, pregammo per mia figlia ma questa volta in greco.</p>
<p>Solo una decina di anni fa, con un diverso governatore, non si poteva dire di stare meglio: così, di un lampo, la situazione tesa e i crociati che si appannavano il diritto di decidere in terre che vedevano solo come pegno dovutogli dal fatto che erano figli cadetti e che là, nelle terre dei Franchi, difficilmente avrebbero trovato posto. Quando Jocelin II cadde definitivamente la mia vita cambiò. Non mi ero mai voluto immischiare in questioni religiose e politiche, pellegrinaggi armati o il <i>jihad </i>non faceva poi molta differenza,<i> </i>ma mi trovai di fronte ad una scelta da prendere. Tutti i miei fratelli cristiani si schierarono, dicevano che era ora di affrancarci dalla protezione dei musulmani e che i tempi non stavano cambiando affatto da quando la Contea di Edessa era stata fondata. Io non ci volli credere. Per quale motivo dovevo tradire la gente con cui da anni pacificamente convivevo in cambio di un tutto sommato giusto accordo? Fu così che collaborai e decisi da quale parte stare. Quando vidi un mio fratello cristiano gettarsi contro di me con in mano un pugnale non mi vergognai di rivolgere una preghiera ad <i>Allah</i>, perchè, forse vi sembrerà strano, ma per noi cristiani d&#8217;oriente<i> Allah</i>, Iddio, è il termine con cui indichiamo anche il nostro di Dio. Certo la pronuncia varia, ma questo è solo perchè saranno le prossime generazioni a poter padroneggiare perfettamente quell&#8217;accento che ci appare così aspro. Alla fine, quella pugnalata, la schivai. Fu il mio turno: presi il coltello che avevo comprato al bazar quando tutte quelle inutili schermaglie erano iniziate e lo infilai profondamente nel petto dell&#8217;uomo. Uccisi, sì. Per sopravvivere. Quando tutto finì,  Nūr al-Dīn ibn Zengi non andò per il sottile. Tutti i cristiani di Edessa furono cacciati, molti altri finirono vittime di una rappresaglia che, alla fine, con la religione non c&#8217;entrava nulla e si limitava ad essere una dimostrazione dell&#8217;odio e della follia che la guerra porta.</p>
<p>Ora sono un pezzo raro ad Edessa, probabilmente l&#8217;unico cristiano che vive e può ancora professare la sua fede in questa città. La domanda che mi pongo è la medesima che mi sono posto quando pregai con Samir: è peccato? Sarà così, ma, lo giuro, mi  sono sempre apparse più diverse le genti venute dall&#8217;ovest. D&#8217;altro canto sono stati loro a farmi del male, non la gente di Nūr al-Dīn ibn Zengi. Ora sto invecchiando e l&#8217;unica cosa che mi preme è poter vivere in pace gli ultimi anni che qualsivoglia Dio ci sia lassù possa concedermi. Sapete la bottega? Il forno di cui parlavo poco fa? Non ce l&#8217;ho più, l&#8217;ho venduto a quel Samir del quale ho continuamente accennato nel corso del mio racconto. E&#8217; un caro ragazzo con molta voglia di lavorare e ogni mattina, non appena apre bottega, si cura di portarmi una pagnotta in modo che io possa fare colazione. Ora sono solo un semplice vecchio, vado in chiesa a pregare affinchè Dio lassù possa concedermi degli ultimi anni sereni e una morte che porti veramente la pace nel mio animo. Ed ecco che la domanda mi si pone nuovamente, chiara e lapidaria, continuo a peccare vivendo qui e in questo modo? Ma, francamente, sto smettendo di preoccuparmene. L&#8217;unica cosa che posso dire è che preferisco un Samir a cento Rinaldi, se questo vuol dire riuscire a vivere in pace con culture diverse, rispettandole e arricchendosi con esse in un modo che nessuno Franco, Tedesco o Latino potrà mai provare se si ostinerà a pensare che la via giusta sia quella della spada in nome di Dio.</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/categories/pearlygates.wordpress.com/5/" /> <img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/tags/pearlygates.wordpress.com/5/" /> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/pearlygates.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/pearlygates.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/pearlygates.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/pearlygates.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/pearlygates.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/pearlygates.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/pearlygates.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/pearlygates.wordpress.com/5/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/pearlygates.wordpress.com/5/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/pearlygates.wordpress.com/5/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=pearlygates.wordpress.com&blog=2099269&post=5&subd=pearlygates&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://pearlygates.wordpress.com/2007/11/11/peccato-di-pace/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
	
		<media:content url="http://0.gravatar.com/avatar/6e87e73f67908e8c988b47d4837abe86?s=96&#38;d=identicon&#38;r=G" medium="image">
			<media:title type="html">rebaf</media:title>
		</media:content>
	</item>
	</channel>
</rss>