Mephistopheles is just beneath


Un ricordo lungo un caffè
Settembre 23, 2009, 12:59 am
Archiviato in: Singoli racconti

Dedicato a mio padre, in ricordo dei bei tempi andati

La lunga strada che percorrevo abitualmente ogni mattina era piena di persone indaffarate. Per loro la vita scorreva veloce, per me no: quella mattina volli fermarmi. Le foglie autunnali, di quel colore così triste, erano poggiate ai piedi degli alberi che costeggiavano il viale. Faceva freddo. Un gelo che ti penetra nelle ossa e ti entra fin dentro l’anima. Persino alcune pianticelle di salvia, menta e rosmarino erano paralizzate dalla brina. Il cappotto mi copriva il viso fino al naso, e le mani stavano al caldo nelle grandi tasche ai lati. Piano camminavo sull’asfalto, bruciato dalle corse dei ragazzi in ritardo a scuola o da chi con passo veloce tentava di non arrivare in ritardo sul posto del lavoro, per evitare sfuriate dal proprio capo ufficio. Era ancora buio, il sole sembrava pigro a sorgere, l’insegna luminosa del caffè “C’est la vie” colpì i miei occhi non ancora abituati a quella lucentezza. Non avevo mai notato quel caffè, eppure molte volte ero passato per quella strada; il neon dell’insegna non funzionava molto bene e la luce andava e veniva ad intermittenza creando un’atmosfera particolare.

Alcuni tavolini erano posti fuori, tinteggiati dai classici colori bianchi tutti sotto un enorme tendone a strisce bianche e gialle, che a momenti più o meno brevi veniva illuminato dalla fioca luce del neon. Una grande porta invitava ad entrare. All’interno il classico bancone in marmo venato di grigio e di rosa, divideva il locale in due parti: da una altri tavolini buttati quasi casualmente nel locale dall’altra alcune poltroncine in velluto che parevano invitare la gente ad una sosta più prolungata. Le pareti erano prive di qualsiasi addobbo, fredde e tristi nella loro vernice bianca un po’ sbiadita. Stancamente mi sedetti su di uno dei tanti anonimi tavolini all’interno, faceva troppo freddo per rimanere fuori anche se forse avrei potuto congelare i miei ricordi in un perpetuo inverno. Un vecchio signore appariva come il barista, si avvicinò a me e senza dire una parola mi portò la lista. Mentre la scorrevo, perso nei cocktail e negli spuntini improvviso, come un fulmine che si abbatte su di un cielo limpido squarciandone la tranquillità, riemerse il ricordo di lei. Quante volte la vidi seduta con lui, lo ascoltava con ammirazione sempre nel solito posto al solito caffè. Lui sembrava parlare come un professore, ma si capiva benissimo dove voleva arrivare. Come sarebbe bello capire nella vita ciò che si vuole subito, e raggiungere i propri scopi senza giri di parole od eufemismi. Il gocciolare di un cappotto mi risvegliò dal mio naufragare nel mare dei ricordi, un altro uomo era entrato nel caffè. Fuori aveva cominciato a piovere, la pioggia violentemente si abbatteva sulla strada come volesse picchiarla. Scelsi di prendere un caffè alla “viennese”, era il suo preferito. Ogni cosa sembrava ricondurre a lei. Mentre aspettavo mi misi ad osservare la pioggia, cercavo di seguire ogni goccia. Ma più la guardavo e più rassomigliava ad una lacrima proveniente direttamente dal mio cuore. La vidi anche lì nella pioggia, quante volte correvamo insieme, senza un ombrello né un copricapo. I suoi capelli inzuppati, e il suo viso gocciolante erano i protagonisti della mia visione. Una melodia, velata di una malinconica nostalgia, usciva da una radio del bar. Sembrava adatta a rievocare figure passate e a far da colonna sonora alle mie vecchie corse sotto la pioggia alla ricerca di me stesso e della mia anima. Il tintinnio del cucchiaino sulla tazzina mi fece ricordare il caffè, ma il cameriere passò oltre e andò a servire l’altro uomo seduto sulle comodo poltrone di velluto. Stava leggendo un quotidiano, bevve il caffè tutto d’un fiato e riprese la lettura. Era così profondamente diverso da me. I pensieri ritornarono a lei, per l’ennesima volta, a quando nei caffè ripassava gli ultimi appunti mentre consumava una veloce colazione. Era così bella nella sua fretta che tutte le volte mi incantavo ad osservarla. Non immaginando che da lì a poco l’avrai persa a causa di lui. La roca voce del cameriere mi riportò alla dura realtà per l’ultima volta, mi porse il caffè e lo scontrino con il conto e con un largo sorriso attese i soldi ed una sperata mancia. Bevvi in fretta la mia bevanda, improvvisamente quel posto mi faceva quasi paura: era come se il mio animo si rifiutasse di rimanere lì perso in un’overdose di sentimenti ed emozioni. Mi rimise in fretta il cappotto e uscì all’aperto, pioveva ancora ma non era certo la prima volta che rimasi sotto la pioggia incessante. Ripercorsi la strada che mi aveva condotto in questo angolo nostalgico, deserta a causa delle intemperie. E avvolto nel cappotto pensai che ancora una volta avevo la conferma che lei era la testimonianza delle mie emozioni, delle mie riflessioni, dei miei pensieri e dei miei sogni.



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