Mephistopheles is just beneath


Della paranoia conseguente alla compilazione di un piano di studi
Settembre 23, 2009, 12:39 am
Archiviato in: Merulana

Dedicato alla Segreteria Amministrativa e alla Presidenza di Facoltà.

(Disclaimer: ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale, tutti i personaggi di questo racconto sono di fantasia e non rappresentano alcuna persona attualmente vivente in qualche parte di questo nostro mondo)

Matteo Lunati aveva appena vissuto ventidue inverni della sua vita e si trovava, più per caso che per volontà, a frequentare l’università lontano dalla sua città natale.

Era un ragazzo che passava decisamente inosservato, non si poteva dire che fosse di brutto aspetto ma certamente non era universalmente riconosciuto come un adone, non interveniva mai durante le lezioni e odiava, con tutta la rabbia di cui era capace, chi invece si dimostrava maestro nella sacra arte della chiacchiera con il professore. Aveva una media del ventisette ma mai si era sentito troppo in colpa nonostante studiasse ciò che gli piaceva davvero, non aveva il carisma del leader studentesco ma non era neanche un soprammobile in una casa di città, magari una di quelle arredate da un designer degli interni, un po’ post-moderno un po’ coglione, che faceva del minimal il suo dogma. Matteo era un perfetto signor nessuno e la cosa non gli aveva mai creato alcun problema nel portare avanti la sua vita tra comprensibili alti e bassi di una personalità sempre un po’ a metà tra la socialità e l’ermetismo esistenzialista.

Un diciotto di un Febbraio qualunque Matteo si accingeva a compilare il suo piano di studi, un foglio di carta che ogni studente impara ad odiare sin da quando muove i suoi primi passi nel mondo della burocrazia universitaria . Si trovava davanti ad un computer, il laboratorio di informatica era vuoto, accanto a lui solo un tecnico sui quarant’anni che, con aria assonnata, lo osservava cliccare qua e là nel tentativo di barcamenarsi tra codici di esami e curricula di corsi di studi. “C’è un problema” disse Matteo un po’ confuso “Non mi fa scegliere il mio indirizzo di studi.. vede? Così mi toglie alcuni esami che ho già fatto e me ne mette altri che non c’entrano nulla”. Un grugnito fu l’unica risposta del tecnico, un uomo calvo dall’aspetto un po’ burbero, che prese il possesso del mouse e cominciò a cercare di capire dove fosse il problema. “Qual’è il tuo indirizzo?” furono le uniche parole intellegibili del tecnico tra una bestemmia repressa e dei mugugni di lamentela fin troppo udibili. “Storia indirizzo antico, sì..” la voce di Matteo, nel rispondere, era del tutto tranquilla e il ragazzo non presagì assolutamente che proprio quelle tre semplici parole avrebbero cambiato completamente il mondo che fino a quel momento conosceva. Il tecnico sbiancò in volto, guardò Matteo con occhi ricolmi di puro terrore, poi con voce greve disse: “Dimentica. Dimentica tutto,” l’uomo si allontanò dal computer come se il mouse avesse preso a scottare terribilmente “Ora va’, devo chiudere il laboratorio immediatamente.” Matteo, non capendoci assolutamente nulla, si lasciò trascinare fuori dal terrorizzato tecnico e in pochi secondi si ritrovò nel corridoio antistante al laboratorio. Una rumorosa girata di chiavi segnalò a Matteo che quel tecnico stava facendo sul serio. Incapace di darsi una spiegazione logica dell’accaduto il giovane studente andò verso l’uscita della facoltà e si diresse, pieno di dubbi irrisolti, a casa.

Quella notte Matteo fece uno strano sogno. Un enorme mostro mitologico con tre teste di donna gli apparve. Riconobbe subito di chi fossero le teste: la cassiera della filiale della banca sotto casa sua, una delle segretarie amministrative della facoltà, e, infine, la simpatica vecchina dell’alimentari da cui comprava spesso generi di prima necessità o panini adatti ad un pranzo veloce. Lingue biforcute fuoriuscivano da ciascuna di quelle tre teste, Matteo se ne stava, completamente nudo, davanti a questo mostro, pronto ad attendere il momento in cui quella vecchia megera della cassiera gli avrebbe inoculato un veleno mortale. Proprio mentre il mostro era pronto a sferrare il suo attacco, pero’, il sogno finì facendo svegliare Matteo con una strana sensazione di malessere che, solo faticosamente, potè togliersi di dosso durante la giornata.

Il sogno, pero’, ebbe anche il risultato di far affiorare in Matteo una certa determinatezza nel comprendere per quale motivo l’università gli vietasse di compilare quel piano di studi. Fu così che, appena ripresosi dall’incubo, prese il coraggio a quattro mani e si diresse in direzione della segreteria studenti. Non appena arrivato nel palazzo dove era situata tutta l’amministrazione dell’ateneo, si trovò a scontrarsi con un ambiente del tutto ostile. Il grosso androne era deserto, un innaturale silenzio pervadeva quella grossa stanza dal soffitto a volte di mattoni. Le uniche cose a tenergli compagnia nella sua contemplazione erano dei terminali per gli studenti, ovviamente fuori servizio, con gli schermi rovinati da anni di rabbia da parte di studenti non troppo gentili con l’informatica universitaria. Alla sinistra dell’ingresso c’era un grosso portone di legno, dietro si nascondeva la segreteria della facoltà di Lettere e Filosofia, Matteo prese un lungo respiro e varcò la soglia. Una luce da ospedale gli ferì la vista, per un attimo non riuscì a distinguere le forme presenti nella stanza, poi, quando tutto divenne chiaro ciò che vide lo spaventò non poco. Una fila di venti persone era in attesa del suo turno e, fino a questo punto, nulla di strano. Ciò che era davvero inquietante erano gli occhi di quegli studenti, tutti guardavano davanti a loro in silenzio come se i loro cervelli fossero stati lobotomizzati da qualche psichiatra folle di fine ottocento. Subito davanti a lui un ragazzo stava con lo sguardo fisso ripetendo a bassa voce, a mo’ di mantra, la frase “Non ho paura”. Più avanti una ragazza grassottella era in fila portando una borsa con dentro un chihuahua, lo accarezzava dolcemente rivolgendo, in modo analogo a quello del ragazzo spaventato, dolci parole al cane. Matteo si strofinò gli occhi con le nocche della mano, cosa diamine stava succedendo? Dov’era finito? Ingollò la sua inquietudine ed attese per circa venti minuti, tra le salmodiate parole dei lobotomizzati in fila con lui e il gelido ambiente ospedaliero dei corridoi della segreteria. Quando arrivò il suo turno per un attimo esitò, un grugnito, terribilmente simile a quello del tecnico di laboratorio, lo invitò a farsi avanti. A passi lenti e misurati Matteo si incamminò verso il bancone dove una segretaria a capo chino stava timbrando alcuni moduli. “Desidera?” disse la donna, Matteo stava per rispondere, a casa si era già preparato tutto un discorso infervorato sull’assurdità di quei piani di studi informatizzati, quando la donna alzò la testa. Una scossa di adrenalina percorse tutto il corpo di Matteo, il viso era quello del sogno. Certo se lo poteva immaginare, d’altronde si trovava nella segreteria amministrativa, ma vedere una delle teste del suo mostro onirico fece vacillare la sua ragione. “Ecco… io…. ho dei.. problemi…” cominciò a farfugliare. “Sì, ovvio, tutti abbiamo dei problemi” fu la risposta cinica della segretaria. “No chiaramente.. pero’, ecco, è il piano di studi.. il sistema informatico non mi permette di scegliere il mio indirizzo..” si passò una mano tra i capelli, esausto, mentre la segretaria faceva schioccare la lingua ritmicamente alla ricerca di una risposta. “Numero di matricola” disse lapidaria la ligia burocratica. “000094” rispose subito Matteo mentre la segretaria annotò il numero su un foglietto e sparì in un’altra stanza. Dopo un minuto di vuoto assoluto, la segretaria tornò dallo stanzino. Matteo si stupì, in parte si aspettava di vedere un viso sconvolto, analogamente al tecnico del giorno prima, ciò che si parò davanti a sé, invece, era il viso tiratissimo della segretaria che con tutto la serietà del mondo gli disse: “Lunati Matteo, le do un consiglio: lasci perdere tutto questo, si fidi di me. A volte nella vita non bisogna andare troppo a fondo nelle cose, non indaghi oltre su questa vicenda. La Storia non esiste,” la segretaria annuì con il viso come a consigliare a Matteo la risposta quindi, vedendo che il ragazzo se ne stava ancora inebetito davanti a lei, urlò: “Avanti il prossimo!”.

Il resto della giornata Matteo lo passò a bighellonare nella biblioteca della facoltà in preda a paranoici pensieri. Non era mai stato a favore di tesi complottistiche ma le esperienze degli ultimi due giorni gli stavano facendo cambiare idea. Passò il pomeriggio ad osservarsi in giro, voleva vedere se i segni della lobotomizzazione che aveva visto in segreteria fossero presenti anche nella facoltà. Non notò niente di strano, la vita nelle aule, nella biblioteca e per i corridoi pareva essere sempre la stessa. Verso le sei di pomeriggio, quando già il sole era calato e l’oscurità aveva ammantato tutto di quel suo sottile fascino crepuscolare, qualcosa di strano accadde. Matteo si trovava nel cortile, fumava una sigaretta seduto su un muretto della corte interna e ripensava al sogno della notte precedente e a quegli strani studenti in fila che aveva incontrato la mattina. “Pensieri?” si voltò di scatto, dopo quelle giornate così intense sarebbe bastato poco a farlo sobbalzare ma sentire chi aveva parlato lo aveva subito reso ancora più nervoso. Davanti a lui stava Lucia. Matteo la conosceva solo da qualche mese ma le era risultata subito simpatica, anche lei era una ragazza normale. Non una che avresti definito, in una serata tra amici, “una gran figa” ma nemmeno una che, sempre nella stessa serata, avresti preso in giro definendola “un cesso scheggiato senza speranza”. In fondo, se ci pensava bene, a Matteo quella ragazza piaceva molto ma lui, da bravo incompiuto, aveva sempre fatto suo il motto “meglio un amore al mese ma lacerante che uno compiuto che sconfina nella routine”. Uno stile di vita che, indubbiamente, lo aveva portato ad una castità non cercata ma che non era neanche, diciamocelo, il suo cruccio principale. Così anche con Lucia il rapporto si era trasformato in una bella amicizia ad uso e consumo delle ore passate in ambiente universitario, perlomeno in un momento come quello dove la sua priorità era semplicemente quella di capire cosa stavo succedendo nel mondo attorno a lui. “Sì.. è il piano di studi, burocrazia universitaria..” rispose Matteo decidendo di glissare sui suoi strani incontri. Lucia si sedette sul muretto accanto a lui e sorrise un po’ divertita. Continuarono a parlare per una decina di minuti, ammantando le rispettive pause sigaretta di una sorta di malinconia da occasione ormai persa per entrambi. Mentre ascoltava Lucia parlare, pero’, Matteo si sentì un po’ più sereno come se finalmente il mondo esterno si fosse aggiustato ad una frequenza d’onda più simile alla sua. Tuttavia l’idillio ebbe vita breve, ciò si concretizzò quando nel cortile fece la sua comparsa Sergio. Ricordava ancora quando lo aveva visto la prima volta da inesperta matricola, gli aveva suscitato una certa ilarità e anche dopo tutti quegli anni non riusciva a sentirsi in colpa per questa cosa. Non aveva mai capito se il suo fosse un sentimento da repubblichino di Salò in un film di Pasolini, o se l’unica realtà era che quell’assistente di biblioteca mezzo down, che parlava usando mugugni senza senso, gli strappava sempre una mezza risata per una sua semplice ma irresistibile verve comica. Anche quel giorno non fece eccezione, dopo aver girato un po’ per il cortile Sergio si avvicinò ai due ragazzi seduti sul muretto e gli parlò: “Aghò..aghò..enghè enghè!” il viso dell’assistente si contorse in una smorfia degna del miglior caratterista degli anni ‘50, Matteo annuì con un sorriso e guardò Lucia che si strinse nelle spalle prima di salutarlo: “Ciao Sergio, come andiamo oggi?”, Sergio abbozzò un sorriso che aveva del grottesco e rispose: “Aiu ehia.. ehia ahia.. beghne..”, Matteo annuì sconsolato, l’ilarità iniziale stava cominciando a trasformarsi in fastidio. Era l’incomunicabilità a dargli noia, a parte Lucia tutte le persone con cui aveva parlato negli ultimi due giorni erano state così oscure, così incomprensibili, da far credere a Matteo che la comunicazione uomo-uomo stesse fallendo. Dopo pochi secondi, forse capendo l’antifona, anche Sergio si stufò della conversazione e fece per andarsene, Matteo ringraziò mentalmente uno qualsiasi dei principi creatori del mondo mentre lo osservava camminare sghembo verso la biblioteca, non tanto per una cattiveria intrinseca ma semplicemente perché in quel preciso istante non aveva alcuna voglia di ascoltare fonemi senza senso. Ad un tratto, pero’, Sergio si girò di scatto e questa volta le sue parole fuoriscirono dalla bocca chiare e fluenti: “Devi cercare Carneretto, Matteo. Carneretto!”, Matteo sobbalzò, si alzò in piedi e fece un paio di passi verso Sergio: “Che hai detto? Carna…. cosa?” il suo tono di voce quasi aggredì Sergio tanto che anche Lucia se ne stupì, aveva sempre visto Matteo come un tipo decisamente equilibrato e quel suo exploit le fece impressione non poco. Di tutta risposta Sergio disse: “Aghe? Ghao ghao!” salutò con una mano e se ne andò per la sua strada. “Che ti prende?” fu l’immediata domanda di Lucia a Matteo che, nel frattempo, era rimasto in piedi ad osservare il punto in cui Sergio si era fermato a salutarli. “Non hai sentito? Carneretto!” disse voltandosi verso Lucia con fare eccitato. “A meno che tu non abbia improvvisamente imparato la lingua di Sergio, e la cosa un po’ mi inquieta, no non ho sentito niente di intellegibile!”, Matteo scosse la testa. Possibile che la voce fosse stata solo una sua elaborazione mentale? Magari postuma di quella giornata assurda che aveva passato. No, era impossibile. Sergio aveva detto quelle parole, ancora gli risuonavano nella testa. “Carneretto… Carneretto.. ma chi diamine è?” chiese Matteo più al mondo intero che alla sola Lucia. “Non ne ho la più pallida idea, l’unica cosa che so è che sono quasi le sei e mezza ed è ora di andare a casa..” la ragazza si alzò, diede due baci sulle guance a Matteo e sorridendogli lo salutò lasciandolo solo in mezzo alla corte. Matteo, per la terza volta in due giorni, si ritrovò ancora solo, immobile, un po’ spaventato e con un’unica certezza: per ora, di tutta questa storia, non ci stava capendo proprio un bel nulla.

Quella sera Matteo andò al cinema da solo, amava profondamente la solitudine della visione di un film, soprattutto gli piaceva il fatto che, una volta finito lo spettacolo, se si è da soli non sono necessari commenti e analisi che, in caso contrario, la gente sovente ama chiederti. Tutto questo Matteo non lo sopportava. Senza fretta si diresse, quindi, verso il cinema “Lumière”. Era un piccolo cinema, strutturalmente carente, ma l’unico che avesse un programma di visioni che andava dal sano recupero di vecchi classici fino ad un’ultima uscita snobbata dai circuiti mainstream. Allo spettacolo delle ventidue e trenta avrebbero proiettato la versione director’s cut di “Blade Runner”, a dire il vero Matteo preferiva quella originale con quel suo falso lieto fine e la voce fuori campo che faceva tanto letteratura hard-boiled americana, ma Harrison Ford nel ruolo di Deckard era sempre stata una piacevole visione per gli occhi e, alla fine, poteva giustamente reputare quel film di apparente fantascienza come uno dei suoi preferiti di sempre. La visione, quindi, passò lieta e tranquilla. Tuttavia, proprio mentre Rutger Hauer stava cominciando il suo monologo finale, Matteo udì un fischio leggero provenire dalla sua sinistra. Si voltò e vide la figura indistina di un uomo. Strano, pensò, non c’era nessuno a poca distanza dalla sua poltrona. “Ehi.. Matteo..” la voce flebile della figura raggiunse le orecchie del ragazzo che, un po’ spaventato, rispose solo con un timoroso: “Sì?”. “Sono io, non mi riconosci?” gli disse la voce, Matteo sgranò un po’ gli occhi per tentare di mettere a fuoco quella figura, dopo qualche secondo, finalmente, riuscì a a capire di chi si trattasse. Era Giovanni, il portinaio della facoltà, con cui Matteo, in passato, aveva condiviso numerose sigarette durante le rispettive pause. “Giovanni? Che ci fai qui?” chiese Matteo un po’ stupito, effettivamente era da qualche settimana che non lo vedeva più all’ingresso della facoltà, si era risposto che si trattava semplicemente di una meritata vacanza, anche se quella spiegazione così semplicistica non lo aveva convinto più di tanto.“Secondo te? Guardo il film…” rispose il portinaio un po’ scocciato “…ma non è questo quello di cui voglio parlarti. Non ho molto tempo, ascoltami bene e registra ogni mia parola, è di vitale importanza!” la voce era preoccupata e Giovanni inframezzava il suo discorso guardandosi attorno come se aspettasse da un momento all’altro l’arrivo di misteriosi sicari pronti ad ucciderlo. Matteo annuì e fece segno a Giovanni di andare avanti. “Mi hanno fatto fuori, Matteo, dovevano tagliare delle teste e hanno deciso che doveva essere la mia. Ma io non mi rassegno e tu, Matteo, sarai il mio braccio. Domani mattina, cerca di distrarre quel buffone che hanno messo al mio posto, nel secondo cassetto della scrivania della portineria troverai un fascicolo. Il nome che porta ti sarà decisamente familiare: Carneretto”. “Carneretto!” disse Matteo ad alta voce. Nel frattempo il film stava per finire, il monologo di Rutger Hauer era quasi alla conclusione e, dato il particolare pathos di quella scena, un paio di spettatori che stavano nella sala quasi vuota esplicitarono il loro disappunto all’uscita di Matteo con un paio di “Shhh!”. “Stai calmo, Matteo, stai calmo. So tutto, basta che mi stai ad ascoltare con tranquillità e, tra qualche minuto, anche tu avrai chiara questa dannata faccenda”. Matteo annuì per una seconda volta, fece due respiri profondi e riprese ad ascoltare Giovanni. Tuttavia, mentre l’ex portinaio si apprestava a ricominciare a parlare, il film terminò e le luci si accesero. “Maledizione!” borbottò Giovanni “Aspettami fuori,” concluse perentorio mentre continuava a guardarsi in giro freneticamente. Matteo annuì, si alzò rapidamente dalla poltrona e si diresse verso l’uscita del cinema. Fuori dal “Lumière” la città sonnecchiava, la piccola e gradevole piazza su cui l’edificio dava era sempre piaciuta in modo particolare a Matteo. Si sedette su un panettone di cemento e si accese una sigaretta in attesa della persona che, a detta sua, avrebbe risolto ogni possibile viaggio mentale che Matteo stava percorrendo da qualche giorno. Attese cinque, dieci, venti minuti, gli altri cinque spettatori uscirono e ciascuno si diresse verso la sua strada. Di Giovanni, pero’, nessuna traccia. Quando il ritardo si fece evidentemente strano, Matteo entrò nel cinema per scoprirne il motivo. Alla biglietteria il titolare del cinema non c’era, qualche secondo dopo un rumore di una scopa che ramazzava preannunciò il suo ritorno. “Mi scusi, ma c’è ancora qualcuno in sala?” chiese Matteo al vecchio signore che ormai da anni gestiva quel piccolo ricettacolo di anarchia cinematografica. “Nessuno ragazzo, nessuno. L’ora si fa tarda, il film è finito, chi vuoi che rimanga in questo vecchio cinema?” concluse quindi il vecchio ridacchiando divertito. Matteo lo guardò un po’ stupito, quindi, rassegnatosi all’idea che Giovanni si era definitivamente smaterializzato da quella sala, se ne uscì.

L’indomani Matteo si alzò di buon’ora, alle nove in punto si trovava già davanti all’ingresso della facoltà in attesa che aprisse. Assieme a lui solo qualche studente particolarmente zelante, libri in mano e pronto a tuffarsi in una mattinata di disperatissimo studio. Quando la facoltà aprì Matteo decise di aspettare ancora un po’, voleva evitare di destare troppo sospetti. A dire il vero il ragazzo non era ancora convito che assecondare la richiesta di Giovanni fosse una buona idea, certo l’ex portinaio non aveva nulla da perdere mentre lui, nonostante i problemi con il piano di studi, era ancora intenzionato a proseguire nella sua carriera universitaria; magari una laurea, prima o poi, sarebbe arrivata. Pero’, pensò anche, il nome Carneretto era un’attrattiva troppo ghiotta per resistere alla tentazione. Dopo aver atteso per circa un’ora, verso le dieci di mattina, la facoltà cominciò a popolarsi e Matteo decise che era il momento di agire. Il nuovo portinaio era davvero un buffone, inizialmente aveva pensato che il giudizio di Giovanni fosse stato offuscato dalla rabbia di essere stato licenziato ma, dopo averlo osservato bene, si poteva dire che la cosa avesse assunto una certa aurea di ufficialità. Era un vero e proprio deficiente, capelli biondi ingellati e un abbigliamento da palinsesto televisivo pomeridiano completavano un quadro già decisamente tragico. Il vero problema era come distrarlo, Matteo non possedeva alcuna attrattiva per un tipo di persona come lui e trovare una scusa per allontanarlo dal suo posto di lavoro non era cosa semplice. Mentre rimurginava su come approcciare il portinaio vide Lucia entrare nella facoltà, aveva il viso ancora assonnato e i capelli un po’ arruffati facevano ben intendere che non si doveva essere svegliata da molto tempo. A Matteo si illuminarono gli occhi: forse aveva trovato la carta da giocare. Fece qualche passo per andarle incontro mentre con la mano la salutò, Lucia contraccambiò con un sorriso stanco. “Ciao Lucia, come va?” iniziò cauto. “Stanca, odio le lezioni della mattina…” rispose la ragazza dagli occhi assonnati, Matteo annuì sornione, poi passò all’attacco: “Ascoltami Lucia, so che ti potrà sembrare strano, stupido e forse anche un po’ folle ma ti devo chiedere un favore. Ho bisogno che distrai per me il portinaio, quel cazzone biondo, hai in mente? Fingi una distorsione, un malore, qualsiasi cosa. Devo entrare nel suo stanzino, costi quel che costi!”. Lucia guardò storto l’amico, ci riflettè sopra un attimo e poi rispose: “Ti sei bevuto il cervello? Cosa dovrei fare?”, Matteo unì le mani a mo’ di preghiera e guardò Lucia con occhi da supplice: “Ti prego! Se ti fidi un po’ di me, è davvero importante e, davvero non lo dico per adularti, sei l’unica persona di cui mi possa fidare in questo preciso istante”. La ragazza annuì distrattamente, Matteo riuscì quasi a carpirne i pensieri vedendone quel tipico sguardo di rassegnazione misto alla curiosità di sapere cosa dovesse fare il suo amico. “E va bene… ma poi mi devi spiegare tutto, d’accordo?” disse infine Lucia cedendo alla supplica, Matteo le prese le mani e cominciò a ringraziarla infinitamente. “Ok, ok. Non c’è bisogno, davvero. Avanti, facciamo quello che dobbiamo fare!” concluse quindi Lucia cominciando ad incamminarsi verso la portineria mentre Matteo, un poco distante, seguiva l’amica nella sua recita. Arrivata proprio davanti alla portineria Lucia simulò perfettamente una storta con tanto di urletto isterico e finte lacrime di dolore, il portinaio non si fece scappare l’occasione di fuga dalla routine lavorativa quotidiana e immediatamente uscì dal suo stanzino per aiutare la povera ragazza. “Che succede? Tutto bene?” disse il biondo ingellato, Lucia fece no con la testa e cominciò a lamentarsi della storta, nel frattempo Matteo si avvicinò alla zona del crimine quasi noncurante del finto incidente. “Sembra proprio una storta” disse il portinaio soddisfatto della sua perfetta analisi medica “Aspettami qua, vado a prenderti un po’ di ghiaccio. Ehi tu!” disse quindi indicando Matteo che rispose con un “Si?” pieno di aspettative, “Aiutala a farla sedere qua dentro, arrivo subito!”. Matteo non se lo fece ripetere due volte e, mentre il portinaio si allontanava in direzione dell’infermeria, prese Lucia sottobraccio e la condusse nello stanzino. “Bene, sei contento ora?” disse Lucia, Matteo non le rispose e cominciò a cercare freneticamente nel cassetto indicatogli da Giovanni. “Questo no, quest’altro nemmeno… cazzo, ma dov’è Carneretto?” continuava a ripetere il giovane studente, poi finalmente trovò un fascicolo inserito in una cartelletta di plastica. Su di un adesivo campeggiava a caratteri cubitali la scritta “Prof. Carneretto”. Soddisfatto fece un gran sorriso a Lucia e le disse: “Ok, andiamocene ora… prima che torni!”, prese per mano l’amica, la quale protestò un attimo invocando la lezione a cui avrebbe dovuto assistere, e se la trascinò letteralmente fuori dalla facoltà. Il resto della giornata Matteo lo passò con lei, quando Lucia gli chiese delle spiegazioni Matteo andò un po’ nel pallone ma riuscì a cavarsela propinandole una mezza verità: “Sto scrivendo un articolo su questo professore e, come ben sai, le istituzioni non sono mai tanto compiacenti con noi aspiranti giornalisti d’inchiesta”. Lucia lo guardò strano, ricordava ancora perfettamente come il giorno prima Matteo avesse sbottato contro Sergio nominando quello stesso professore, tuttavia decise di non fare domande e fece finta di aver bevuto la scusa. Quando si salutarono Matteo si sentì un vero e proprio stronzo, aveva approfittato dell’amica ma, continuava ripetersi, in fondo lo aveva fatto a fin di bene e, se non le aveva detto la verità, era stato solamente per tenerla fuori da tutta quella vicenda assurda di cui Matteo ancora non capiva la portata reale. Una volta giunto a casa, finalmente, Matteo aprì il fasciolo e avidamente cominciò a leggerne il contenuto. Lo lesse almeno quattro volte prima di essere sicuro di aver assimilato le notizie. Carneretto era stato un vecchio professore di inizio anni ‘90, aveva una cattedra in Storia Contemporanea e una specializzazione sulla guerra civile spagnola. A quei tempi era considerato tra i massimi esponenti della contemporaneistica, il tutto fino a quando, un giorno di primavera del 1997, impazzì completamente. Nessuno sapeva cosa avesse visto o sperimentato, neanche la perizia psichiatrica allegata al fasciolo era riuscita a capire di cosa si trattasse, tuttavia Carneretto cominciò a molestare le sue allieve e a pretendere assurdità più generiche da tutti gli altri studenti dei suoi corsi. Matteo non aveva resistito e aveva riso di gusto quando aveva letto che li obbligava ad assumere bevande alcoliche ad orari improponibili o mentre leggeva le righe del fascicolo in cui si parlava di quella mattina in cui si era lanciato in apprezzamenti spinti sulla beltade di giovani fanciulle della prima fila di banchi. L’università aveva deciso di far tacere la cosa, sarebbe stato un grave colpo alla sua immagine e il Magnifico Rettore dell’epoca non poteva tollerare assolutamente un calo di iscritti. Fu così che le ragazze e i ragazzi molestati furono risarciti in via non ufficiale, di Carneretto, invece, non c’erano notizie dopo il suo licenziamento. La pagina del fascicolo che doveva parlare della sua nuova collocazione era stata strappata, un solo lembo era sopravvissuto e lì Matteo ci aveva potuto leggere solo i resti di una “G” che poteva voler dire tutto e niente in ugual modo. Non so ancora dov’è ma è già un buon punto di partenza, pensò Matteo mentre si infilava nel letto e, fisicamente debilitato dall’intensa giornata, si addormentava di sasso.

Il cartello che rappresentava una piantina in scala della biblioteca era sempre stata fonte di grande confusione per Matteo. Anche quella mattina, arrivata dopo una notte di sonno agitato, non fece eccezione. La prima cosa a cui aveva pensato, rimuginando su quella “G”, era che si poteva trattare di un’aula o di un’ala della biblioteca di cui mai aveva sentito parlare. Dopo aver girato per tutta la facoltà, constatato che in una fantomatica aula G nulla di strano era presente, Matteo si ritrovò a girare per la biblioteca alla ricerca di un qualsiasi indizio che gli potesse indicare la nuova dimora di Carneretto. Aveva riletto la piantina per una ventina di volte senza trovarci accenno di una ala G. Proprio mentre si trovava in una stanza dell’edificio che aveva già visto e rivisto migliaia di volte, qualcosa attirò la sua attenzione. Si trattava di una porta che, solitamente, era sempre stata chiusa a chiave ed era stata vittima delle più terribili speculazioni di studenti troppo annoiati dalla lettura. Quel giorno, pero’, la porta non era chiusa a chiave. Matteo le si avvicinò, attratto da quel varco come una calamita, l’aprì lentamente mentre freneticamente osservava che nessuno lo stesse osservando. Una fitta scala accolse il giovane studente che, cuore in gola, cominciava ad apprestarsi alla discesa verso il suo personalissimo inferno. I gradini sembravano infiniti, poi, dopo circa cinque minuti, si trovò in l’ambiente che mai, in tre anni di frequentazione di quella facoltà, aveva visto. Un tavolo e una piccola cucina lo accolsero in quella che, più di una biblioteca, pareva essere un’abitazione. Gli scaffali ricolmi di libri addossati alla parete gli fecero comunque capire che quella doveva essere una vecchia stanza della biblioteca ormai in disuso. “Così sei arrivato,” una voce lo sorprese, immediatamente si voltò e una figura gli apparve. Si trattava di un uomo che ad occhio doveva avere all’incirca sessant’anni, i capelli erano raccolti in un ridicolo riporto e una prominente pancia ne facevano capire l’affinità con l’alcool. “Gradisci un limoncello? Lo faccio a Sorrento, è davvero ottimo” continuò l’uomo mentre si avvicinava ad un vecchio frigor, lo apriva e ne tirava fuori una bottiglia senza alcuna etichetta. “Beh…io…” balbettò Matteo “Sì, grazie.” Immediamente gli vennero in mente le parole del fascicolo su Carneretto, le sue strane richieste agli studenti e la passione per svariati superalcolici. Nel frattempo l’uomo aveva preso due bicchierini e gli aveva riempiti del liquore distillato dai suoi personalissimi limoni. “Mi hai trovato subito, non ti aspettavo così presto. Immagino avrai tante domande, tanti dubbi irrisolti” disse Carneretto rivelando finalmente la sua natura ad uno spaesato Matteo mentre gli porgeva un bicchiere di limoncello. Il ragazzo lo tracannò velocemente, in quel luogo fuori dal mondo non riusciva a trovarsi a suo agio e le parole del ritrovato Carneretto gli stavano facendo salire una certa ansia. “Perché?” disse quindi mentre porgeva nuovamente il bicchiere al professore per farselo riempire di nuovo. “Vedi” cominciò Carneretto versando dell’altro limoncello a Matteo “questa è l’ultima domanda che ti devi porre. Forse sarebbe capitato ad un altro studente, forse era scritto dovesse capitare a te, ma chi lo può sapere se non il buon Dio? Quello che ti devi chiedere, forse, è se davvero tutto ciò che hai vissuto abbia una vera importanza. Magari, quando hai pensato di stare impazzendo, era il tuo unico momento di lucidità e hai intravisto la realtà per quello che è: mutevole, ingannevole, troppo complicata per essere compresa nella sua interezza. Un assistente della biblioteca come l’oracolo di Delfi o uno strano incontro al cinema, cosa vogliono significare? Ascolta un vecchio come me, cerca la volpe che ha perso la sua pelliccia e, forse, troverai la risposta a questo mistero.” Le parole erano sgorgate fluide, affascinanti, Matteo ne era quasi rimasto rapito. Almeno fino a quando non aveva compreso che, per l’ennesima volta, non lo avrebbero portato da nessuna parte. Terminò anche il secondo bicchiere di limoncello, quindi disse: “Un enigma? Ancora? No, non credo proprio.” Nervosamente gettò il bicchiere sopra il tavolo rompendolo, quindi, scocciato da quella che ormai gli si configurava davanti come una stupida farsa, voltò le spalle a Carneretto lasciandolo solo a bere quel liquore che, a dire il vero, a Matteo aveva pure fatto discretamente schifo. Mentre risaliva le scale una sorda rabbia percosse il suo animo, aveva passato giorni a capire qualcosa di quell’enigma e l’unico indizio che aveva si era rivelato un pazzo mitomane, a cosa si sarebbe riferita ora la volpe che aveva perso la sua pelliccia? Fu in quel preciso istante che tutta quella storia gli apparve per ciò che era davvero: solamente un’enorme stronzata. Tuttavia il destino di Matteo non era ancora compiuto, prima di poter completare il suo catartico percorso alla ricerca di una soluzione al suo piano di studi avrebbe dovuto affrontare ancora una prova. Se ne rese conto quando, mentre verso sera camminava per la via che lo avrebbe condotto a casa, un gruppo di persone vestite da mantelle nere sulle quali campeggiava lo stemma dell’università comparvero ad un crocicchio della strada. Si trattava di una decina di persone, equamente divise per sesso, che gli si pararono davanti e gli impedirono il passaggio. “Lunati Matteo” cominciò uno dei ragazzi facendo un passo per avvicinarsi“In nome dell’onorevole circolo delle Matricole Protettrici ti ordiniamo di consegnarti pacificamente a noi. Troppo ti sei addentrato in faccende che non ti riguardano, hai rubato e ti sei fidato di cattivi consiglieri. Come il nostro codice ci impone ti sarà concessa un’ultima difesa prima di essere condotto dal Gran Maestro affinché tu possa essere giudicato per i tuoi peccati!” terminata la frase di rito le altre matricole alzarono la testa al cielo e all’unisono salmodiarono: “Così diciamo tutti”. Matteo squadrò una per una le matricole, i suoi occhi le guardarono in modo così truce che qualcuna di esse sembrò quasi vacillare nella loro dogmatica fede. Poi, dopo qualche secondo, Matteo disse effettivamente la sua ultima difesa: “Ma se ve ne andaste un attimo affanculo?” senza attendere una risposta che, con tutte le probabilità, mai ci sarebbe stata Matteo spintonò malamente la matricola che aveva parlato per prima e passò oltre a quel ridicolo esercito di fanatici dell’ultima ora. Nessuno osò dire nulla né gli impedì di andarsene, era come se Matteo avesse rotto l’incantesimo che permeava la sua vita in quei giorni. Infine era riuscito a grattare via quello strato di grottesco e, non più presenti in un mondo che ormai non gli apparteneva più, le matricole scomparvero nel nulla proprio come erano apparse qualche minuto prima.

Il giorno dopo Matteo si svegliò con un gran mal di testa. Si fece una sana doccia ristoratrice, si vestì e uscì di casa più deciso che mai. Questa volta del mistero nulla gli importava, andò verso la segreteria, ritirò il modulo appropriato da un espositore e cominciò a compilare il suo piano di studi vergandolo con la sua calligrafia. Modalità cartacea, sì signore. Nessun computer ora avrebbe mediato nella compilazione, finalmente poteva farsi fautore del suo corso di studi e la cosa gli donò una certa felicità, forse un po’ infantile, forse solo dovuta allo stress accumulato da giorni di inutili indagini e peripezie. Terminato di scrivere lo imbucò in una cassetta delle lettera che recitava “Piani di Studio corrente anno” e se ne uscì dall’edificio senza degnare minimamente di uno sguardo tutto ciò che gli ronzava intorno. Ormai non gli rimaneva che una cosa da fare. A passo spedito si diresse verso la facoltà, entrò nella biblioteca e si mise alla ricerca di Lucia. Gli ci volle un po’ di tempo per trovarla, poi la vide seduta ad un banco proprio nella stanza dove si trovava la porta che conduceva alla prigione di Carneretto. Per qualche secondo si bloccò in contemplazione, i corti capelli di lei gli permettevano di osservare perfettamente i suoi lineamenti mentre se ne stava a capo chino a leggere un libro. Matteo le si avvicinò lentamente poi, sottovoce, le disse: “Andiamo a fare un giro? Ti va?” Lucia alzò lo sguardo stupita dalla richiesta di Matteo. In anni che si conoscevano mai Matteo aveva avuto il coraggio di proporle qualcosa esponendosi in prima persona, lo guardò per qualche secondo e poi gli rispose: “Tu sei completamente impazzito.” Nel suo tono non c’era cattiveria ma un sorriso amaro le si dipinse sul viso. Matteo, incurante di tutto ciò, la prese per mano e la trascinò fuori dalla facoltà. Lucia, forse un po’ stupita, forse semplicemente perché finalmente poteva dimostrarsi accondiscendente ad un segnale dell’amico, non disse nulla e lasciò che Matteo la guidasse per la strada che li avrebbe portati verso il centro della città, lontani dall’edificio dove entrambi studiavano. Ciò che pero’ entrambi non sapevano era che, proprio come nel film preferito di Matteo, al termine del loro viaggio probabilmente non ci sarebbe stato il paradiso, né una felicità condivisa, ma l’inquietudine solitaria di un Overlook Hotel.



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