Mephistopheles is just beneath


Andando al tuo funerale
Settembre 23, 2009, 12:50 am
Archiviato in: Singoli racconti

Dedicato a Mark Oliver Everett

Novara sembra bella oggi. Attraverso le campagne antropizzate dalle risicolture mentre la mia vecchia Innocenti borbotta, la sto facendo correre lungo la statale che mi condurrà verso il cimitero e il suo motore al limite pare volermi dare un avvertimento. Le istantanee di lei sul pavimento del bagno non mi fanno più paura, semplicemente le ho sepolte nella memoria. Alla radio danno dei vecchi pezzi di Billie Holiday, le sue canzoni jazz mi rilassano e rallento l’andatura della macchina. Ormai sono arrivato. Il mio abito nero è impeccabile, nemmeno una piega deturpa il suo rigore, e gli occhiali da sole coprono ogni traccia di insonnia.

Arrivo al cimitero e l’ultimo saluto sta già per iniziare, mia madre mi getta un’occhiata di ghiaccio mentre prendo posto davanti dove, come fossero tanti opliti a piè fermo, i parenti più stretti se ne stanno perfettamente in fila ad ascoltare le parole di un sacerdote stanco e fin troppo ingrassato. La funzione è noiosa, questo funerale celebrato direttamente sulla tomba lo avevo quasi accettato ma, quando il prete nomina per la terza volta il regno dei cieli e prorompe in una filippica sulle virtù morali di mia sorella, mi viene quasi da ridere. Mio padre se ne accorge e mi da un colpo di gomito, cancello il mezzo sorriso dal mio volto e riprendo ad ascoltare le parole di Don Egidio. D’altronde non si può scontentare la nonna, no?

La funzione termina e in breve mi ritrovo attorniato da parenti più o meno lontani, amici, ex fidanzati o semplici conoscenti. Tutti con i fiori in mano e un cordoglio usa e getta. Scanso quella folla lasciando che siano i miei genitori a fare le pubbliche relazioni, io voglio rimanere con mia sorella, solo io e lei. Mi avvicino alla lapide, i becchini hanno appena finito di ricoprire la fossa e su quel freddo pezzo di pietra campeggia la scritta “Elisabetta Brustia 1982 – 2009”. La foto l’ha scelta mia madre, fortunatamente ha optato per un qualcosa di sobrio. Ho sempre odiato le foto allegre sulle lapidi o, peggio, quelle del morto da bambino; come se ci si volesse aggrappare ad un’eterna fanciullezza che, una volta passata, è perduta per sempre. Mentre sono preda di questi pensieri, e i miei genitori continuano nel loro scambio di condoglianze, alzo lo sguardo e noto che poco distante da me c’è un uomo. Mi giro per osservarlo meglio e mi rendo conto che, in realtà, si tratta di un nano. Indossa un abito nero del tutto simile al mio, il naso aquilino caratterizza il suo sguardo mentre una curata barba incornicia finemente il viso. In un primo momento rimango basito, non mi risultava che mia sorella conoscesse dei nani, forse era semplicemente uno dei becchini rimasto più a lungo nel cimitero; tuttavia lo osservo incuriosito, d’altronde un becchino nano non è una cosa usuale e mi sento in qualche modo autorizzato al mio stupore.

“Strana la morte, eh? Ieri sei qui e oggi a danzare con gli scheletri,” il nano si avvicina, tocca un lembo della mia giacca e poi riprende a parlare “ottimo tessuto, poi dovrai dire alla mia sarta dove ti rifornisci. Dove sto io gli abiti tendono a sgualcirsi piuttosto in fretta”. Non riesco a rispondergli, la sua compostezza e il suo umorismo inglese mi stupiscono ancora di più del fatto che sia un nano. “Beh? Sei pronto?” mi chiede quindi mentre si accende una sigaretta. “Pronto? Esattamente a cosa?” gli rispondo tentando di mantenere una certa imperturbabilità. “Oh dei!” sbotta il nano quasi divertito, “fate sempre tutti così, vero? Ad una partita a scacchi, che diamine.” Non faccio neanche in tempo a protestare che il nano si volta un attimo, armeggia con qualcosa di invisibile ai miei occhi e si rigira mostrandomi una scacchiera. E’ un oggetto tutto sommato nei canoni, di buona fattura ma non risalta neanche per una particolare estetica, probabilmente, penso, ne puoi trovare una così ad un qualche tipo di torneo professionistico. Dal canto mio, invece, degli scacchi conosco a malapena i pezzi e l’idea di affrontare un tale impegno intellettuale il giorno del funerale di mia sorella mi inquieta decisamente. Rifletto, quindi, su quanto sia buffa la vita quando il nano ha già messo i pezzi al loro posto invitandomi a cominciare; ci sediamo per terra a gambe incrociate, poi comincio a muovere timidamente un pedone in avanti e lui mi sorride. “Allora, te lo aspettavi o no? Magari avevi in mente una bellissima donna, no? Come nel cinema!” conclude visibilmente divertito. Non so cosa rispondere e semplicemente me ne sto zitto. “Non sei un tipo molto loquace, vero?” mi incalza il nano mentre fa la sua mossa. “Loquace come qualsiasi fratello al funerale della propria sorella” rispondo io mentre tento di far tornare alla mente qualche reminiscenza scacchistica. Il nano ride di gusto, sembra aver trovato divertente la mia battuta. Continuiamo a giocare in silenzio per circa mezz’ora, per la mia scarsa conoscenza del gioco non mi sto comportando male. Tuttavia più vado avanti e più mi rendo conto che la concentrazione sta calando e che, continuando allo stesso modo, sto andando incontro ad una sconfitta.. Ad un tratto nell’aria risuona l’inconfondibile melodia di “Sympathy for the devil” dei Rolling Stones. “Oh, perdonami” dice il nano “questioni lavorative.” Sorrido leggermente a mo’ di scusa mentre il nano prende dalla tasca un cellulare di ultima generazione, si allontana e incomincia a parlare animatamente con il suo misterioso interlocutore. Tutto intorno al nostro piccolo angolo scacchistico il tempo pare essersi fermato, la cosa mi rende decisamente impaziente di finire la partita. Dove sono tutti? Penso mentre osservo la scacchiera alla ricerca della mossa giusta.

La partita mi sta scivolando dalle mani, devo trovare il punto di svolta. All’improvviso ho un illuminazione, non ho idea da dove venga, ma riesco a vedere nitidamente le mosse che devo fare, davanti ai miei occhi è come se gli scacchi si muovessero in rapida successione. Prevedo le mosse del mio avversario, lo inganno e intanto tesso la mia strategia. Con una rapidità di mano fuori dai canoni delle mie abilità fisiche sposto qualche pezzo, non devo farmi scoprire subito così non disegno sulla scacchiera una situazione a me favorevole nell’immediato. Poco dopo il nano torna. “Scusami ancora, direi che possiamo riprendere” mi dice sorridendomi mentre si risiede a terra. Posso sentire i battiti del mio cuore in gola, raramente ho avuto così tanta paura nella mia vita e l’adrenalina scorre a fiumi nella mie vene. Tuttavia il mio avversario non pare essersi accorto di nulla, continuiamo a giocare per altri cinque minuti fino a quando il nano incappa nella trappola che gli ho teso. Il nano muove la regina nel posto sbagliato, ho la partita in mano. Traggo un profondo respiro, poi faccio la mia giocata. “Scacco matto” dico serio. Il nano, che fino a quel momento ho sempre visto sicuro di sé mantenendo un perenne sorriso a mo’ di presa in giro, cambia completamente espressione. Il terribile spettro della sconfitta si dipinge sul suo volto, deglutisce rumorosamente mentre continua a guardare la scacchiera incredulo. “Abbiamo finito ora?”, il nano annuisce ancora sconvolto. “Ci rivedremo, considera questa partita una piccola anticipazione” conclude, quindi schiocca le dita e la scacchiera scompare alla vista. Sbatto le palpebre incredulo e anche il mio avversario scompare. Non faccio in tempo neanche a chiedermi cosa sia successo che mi sento toccare la spalla. “Andiamo? La funzione ormai è finita da tempo”, mi volto e vedo il viso di mio padre. Le rughe che contornano il suo volto gli donano una malinconia quasi commuovente, annuisco e metto un braccio intorno al suo collo come per fargli forza. “Sì, andiamo papà.”


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