Archiviato in: Singoli racconti
Dedicato a François Truffaut e Ivan Graziani.
C’era una volta il millenovecentottantatre. Con lui, e gli altri anni della famiglia degli ottanta, arrivò il cambiamento sotto la rigida ala protettiva del disimpegno e del mito del vivere facile, godendosi completamente il benessere di un mondo che, già da molto, mostrava un ineffabile sintomo di decadenza.
Fu durante quell’anno che Alessandro e Ermanno cominciarono a vivere in una perfetta e sublime comunanza spirituale. Parlavano di arte, politica, calcio, letteratura e tutto quanto il resto potesse essere discusso ai tavoli di un caffè o seduti in una piazza qualsiasi. Entrambi frequentavano la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, Alessandro era un brillante storico mentre Ermanno dedicava la sua vita alla critica letteraria e, a volte, alla ricerca filologica. Certo non erano sempre d’accordo su tutto, tuttavia tra loro vigeva un sacrale rispetto che nulla al mondo, o quasi, avrebbe potuto scalfire. Le loro differenze, pero’, non si limitavano alla squadra da tifare o a qualche dibattito sulla poesia italiana della seconda metà del novecento. I due avevano seguito sentieri diversi prima di ritrovarsi a percorrere la strada della maturità fianco a fianco, era come se fossero stati protagonisti di due differenti bildungsroman. Entrambi validi ma anche assai diversi nella trama e nei presupposti.
Alessandro era nato in una Milano che, gradualmente, da capitale morale si era trasformata in una città tutta da bere dedita al più classico degli onanismi da anni ottanta: godere di tutta la ricchezza che ammantava i muri delle case milanesi e i manti delle sue strade trafficate. I suoi genitori appartenevano ad una generazione nata dalla disastrosa seconda guerra mondiale e non avevano mai avuto interesse per la rivoluzione che gli anni sessanta e settanta avevano portato, tuttavia non erano mai stati padroni della sua vita e di questo Alessandro gli era più grato che mai. All’età di diciannove anni, dopo un diploma di liceo classico, il loro amato e unico figlio aveva deciso di abbandonare la ripida pianura lombarda dove era nato e cresciuto per approdare nella rossa Toscana.
Ermanno, invece, aveva avuto una vita piena di conflitti irrisolti che per tutta la sua adolescenza lo avevano portato a fare scelte estreme e troppo spesso dettate dal risentimento. Era nato nella campagna napoletana e i suoi genitori non comprendevano appieno il suo desiderio di studiare. Per loro Ermanno, il quarto figlio, avrebbe dovuto lavorare nei campi e, alla loro morte, affiancare i fratelli più grandi nella gestione dell’azienda agricola familiare. Superfluo dire che tutto questo ad Ermanno non interessava, passava il suo tempo leggendo Montale, Pavese, Ungaretti e molta letteratura americana che proprio in quegli anni della sua travagliata adolescenza stava cominciando ad essere sistematicamente tradotta e studiata. Sognava di diventare un professore e di poter insegnare la bellezza de Le Occasioni o il malinconico fascino che la prima produzione di Ungaretti donava al suo lettore. All’età di sedici anni sua madre morì. Un incidente nei campi, il trattore che un fattore stava guidando si ribaltò andando proprio a schiacciare il corpo della sua inerme genitrice che stava raccogliendo alcune olive. Dopo quel momento suo padre si chiuse in se stesso e dedicò, più di quanto facesse già, la sua vita al lavoro vessando i figli di continui straordinari di lavoro nei campi. Dopo qualche mese Ermanno scappò, lasciò il liceo classico Vittorio Emanuele II di Napoli che con tanta fatica aveva ottenuto di poter frequentare e portò le sue stanche membra a Roma. Lì cominciò a lavorare, sperimentò una nuova vita cittadina, entrò in contatto con i movimenti politici e culturali che si erano formati e si stavano formando nella capitale e continuò a studiare da autodidatta. Dopo aver preso un diploma di liceo classico da privatista, Ermanno decise che era ora di lasciare Roma. Fu così che, da un giorno all’altro, senza dire nulla né ai suoi amici né alla sua compagna romana, approdò a Firenze dove riprese a lavorare e cominciò a frequentare un corso in lettere moderne presso l’università della città medicea.
Giulia entrò nelle loro vite nell’autunno di quello stesso millenovecentottantatre, invero uno dei più caldi di cui i fiorentini avessero memoria. Lei studiava all’Accademia delle Belle Arti, aveva capelli castani ornati da boccoli precisi con un chè di angelico e dalle sue labbra uscivano fonemi modellati da quel suo equilibrato accento fiorentino. Fu proprio la sua voce la prima cosa che Alessandro e Ermanno conobbero di lei. Si trovavano al museo Stibbert e mentre contemplavano un quadro di Pieter Bruegel il Giovane, Giulia si affiancò ai due amici e cominciò a dissertare circa quel Carnevale in casa di contadini. Parlarono a lungo del carnevalesco nel mondo, di quel tipico gusto umano dell’invertire una situazione esorcizzando, in quel modo, ingiustizie, problemi sociali e quant’altro possa flagellare l’animo umano. Girarono molto per la città e Alessandro e Ermanno aprirono a Giulia quel loro microcosmo, le loro anime si aprirono in un abbraccio accogliendo quello di quella ragazza che con il suo viso ricordava, forse fin troppo, quello della Madonna del Caravaggio che qualche ora prima tutti e tre avevano contemplato nel museo. Nel momento dell’addio tutti e tre sapevano perfettamente che quella non sarebbe stata la loro unica serata, Alessandro ed Ermanno finirono la nottata a bere whiskey brindando a quell’apparizione che li aveva entrambi penetrati dagli occhi e poi un po’ più giù in ogni altro loro organo interno e non.
I tre continuarono a vedersi per tutto il resto di quell’autunno e poi per tutto l’inverno, prima camminando per chilometri per la città e poi, quando il gelo attanagliò Firenze, nel monolocale di Alessandro dove alle discussioni si affiancavano sempre bottiglie di whiskey e sigarette. In quelle serata la musica la faceva da padrona, per tutto l’inverno tre vinili continuarono a girare vorticosamente. Iniziavano sempre con il White Album dei Beatles, per proseguire con il malinconico Köln Concert e poi lasciare spazio al misticismo hard rock di Led Zeppelin IV. Il monolocale si tingeva di anni settanta e un tappeto di idee, critiche e analisi di quell’italietta che si stava formando fuoriusciva dalle legnose casse dell’impianto stereo.
Quando la primavera giunse nessuno di loro si aspettava che, con ogni probabilità, essa sarebbe stata la più estenuante della loro vita. Più passavano i giorni e più Giulia cominciò ad accorgersi che qualcosa nel rapporto tra Alessandro ed Ermanno cominciava ad incrinarsi.
Fu una sera al Ponte Vecchio che radicalmente cambiò tutto. Giulia e Alessandro stavano seduti sul ponte mentre Ermanno nervosamente passeggiava davanti ai suoi due amici. Uno sguardo cupo devastava quello splendido sorriso che Giulia non riusciva a non considerare uno dei suoi personalissimi piaceri della vita.
“E quindi credi non si possa fare nulla?” chiese Alessandro.
“Guarda la gente intorno a noi, sono passati solo pochi anni e la gente ha già cambiato modo di vestire, di pensare e di questo nostro mondo a nessuno importa più niente,” rispose piccato Ermanno.
“Non eri mai stato così disilluso. Io penso, anzi, sia il momento di attivarsi. Bisogna parlare con la gente, fargli capire che nulla è ancora finito. I movimenti hanno perso, è vero, ma c’è da chiedersi il perchè. Ora la rivoluzione ce la vendono, non potevano sconfiggerla e l’hanno inglobata,” disse tranquillo Alessandro.
“Cosa vuoi saperne tu di rivoluzione? Hai sempre vissuto in una gabbia, prima a Milano e ora con me e Giulia. Hai mai visto una barricata? No, amico mio, non l’hai mai vista e probabilmente mai la vedrai. Se abbiamo perso è anche per colpa tua e di tutti i finti marxisti-leninisti che non hanno mai capito niente. Me lo insegnasti tu, siamo come diadochi di Alessandro Magno. Epigoni che ora non possono fare altro che contemplare Alessandrie costruite da un grande ideale e che ora sono solo tristi mausolei di un grande morto. E non abbiamo altri Egitti dove scappare, come fece Tolomeo, ci rimane solo una triste Macedonia bloccata in un perenne ricordo di quello che fu.”
“Sei noioso, Ermanno. Non sai fare altro che ricordarmi con superiorità dove sono nato, non sei diverso da tanti altri tuoi compaesani fascisti che pensano che solo chi nato da Roma in giù possa capire le difficoltà. Mi fai schifo,” proruppe Alessandro con un tono di voce così alto che qualche turista tedesco impegnato a farsi abbindolare da qualche venditore di souvenir finì per girarsi e osservare i tre amici con i più classici degli sguardi vouyeristici. Alessandro si puntellò con le dita e con un saltello scese dal bordo del ponte dove era seduto, in in una frazione di secondo lui e Ermanno si trovarono faccia a faccia. Passarono eterni secondi in cui i due amici non smisero di guardarsi con risentimento e feroce odio. Poi anche Giulia scese, si avvicinò ai due e dolcemente prese una mano a ciascuno.
“Facciamo una corsa? Da qui fino al prossimo ponte, va bene?” chiese con la sua voce delicata che aspirò un poco la c rendendo la sua richiesta del tutto irresistibile.
Non attese risposta, semplicemente iniziò a correre. Poco dopo anche Alessandro e Ermanno le erano dietro e, in breve, la recuperarono affiancandola. Tutto ciò che avevano intorno divenne sfuggente come i colori abbozzati in un quadro di Van Gogh, Alessandro aumentò il ritmo e si lasciò dietro per qualche attimo Giulia e Ermanno. Questi guardò solo per un attimo Giulia e lei gli sorrise. Ermanno si sentì completamente disarmato ma la vista di Alessandro che prendeva il largo lo fece infuriare e aumentò il ritmo ritrovandosi in breve al fianco del fuggitivo. Giulia, che non riusciva a sostenere quella corsa, rimase dietro ad osservare i due amici in quella corsa. Quando Alessandro vide che era stato recuperato una forza dionisiaca si impadronì di lui, in quel momento gli interessava solo arrivare primo. Era come un atleta greco alle olimpiadi, l’importante non era partecipare ma vincere e affermare la superiorità della propria città. Alessandro era questo che voleva fare, lui non era affascinante come Ermanno e non aveva nemmeno una adolescenza romantica da raccontare, tutto ciò che gli rimaneva per dimostrare a Giulia che lui era migliore di Ermanno, nonostante fosse solo un lombardo piccolo borghese, era quella corsa. Quando ormai mancava poco al termine della corsa e già i due contendenti vedevano sicura la loro vittoria, il sonoro rumore di qualcosa che cadeva in acqua con un tonfo li bloccò. Si voltarono. Giulia non era più dietro di loro e la gente già cominciava ad affollarsi lungo il ponte, loro meta d’arrivo, guardando giù nell’Arno. Immediatamente Alessandro ed Ermanno capirono, trovarono la prima scaletta che conduceva sulle rive del fiume e silenziosamente cominciarono a cercare. Ad un tratto Ermanno indicò un punto e Alessandro, che si era diviso dall’amico cercando in un altra parte della riva, lo raggiunse immediatamente. Ciò che videro li inebetì. Di Giulia, invero, non c’era traccia. Ciò che Ermanno trovò e subito mostrò all’amico era una tela ad olio sulla quale era stata dipinta in uno stile da cinquecento fiorentino una figura femminile dalle fattezze drammaticamente simili a quelle di Giulia. Uno squarcio, pero’, la attraversava a metà. Alessandro guardò Ermanno con gli occhi velati di lacrime, Ermanno, invece, continuava ad osservare quella tela stringendo i pugni. Poi, esausti, tutti giù per terra ed entrambi caddero su quella spiaggetta fluviale.
Ancora nessun commento. finora
Lascia un commento
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>