Mephistopheles is just beneath


Alexandros (Racconto Pilota)
Novembre 13, 2007, 2:02 am
Archiviato in: Alexandros, Singoli racconti

Racconto pilota per un possibile sviluppo

Fottuta malinconia turco-cipriota

Si sta proprio bene in questa isoletta del cazzo. Seduto al bar Trapezeia nella parte turca della città, ormai ho lasciato alle spalle le belle mura veneziane, il centro storico gotico-ottomano e la sicurezza di un governo amico. Qua, nella parte nord, tutto è più selvaggio.

“Bay Konstantinou?”

Una voce in turco, riconosco la parola ‘bay’ ossia signore, desta le mie pupille ormai irremediabilmente perse nelle bollicine di una birra troppo calda per la giornata afosa che opprime Nicosia. Alzo il viso, lentamente. Quella pelle leggermente olivastra. Focalizzo meglio. I tratti un po’ orientali. Osservo attentamente. I neri capelli che incorniciano occhi pieni delle loro iridi ambra.

“Bay Konstantinou!”

Questa volta il tono è perentorio. Non ammette repliche.

“Amira Alçöglu, ti trovo bene. Già.” dico in inglese stemperando la tensione.
“E’ buffo – mi risponde, anche lei nella lingua della terra d’Albione – hanno mandato proprio te”

Amira è una donna stupenda. Il classico tipo di donna che non ti fa smettere di chiedere per quale motivo il fato ha deciso dovesse diventare per forza la tua antagonista. Indossa una canotta nera che risalta alla perfezione i suoi seni equilibrati e sodi. Dio, perchè? Jeans attillati mi stupiscono, chi lo avrebbe mai detto che Amira cedesse così alle mode occidentali? Pero’ devo dire che fanno risaltare bene le sue snelle gambe, facendomi rodere ancora di più per il fatto che, un giorno o l’altro, avrei dovuto ucciderla. O lei avrebbe ucciso me. Amira si passa una mano tra i capelli neri che porta lunghi fino alle spalle e io rimango ad osservarla. Ecco, penso proprio che in fondo sarà lei ad uccidermi. Lo penso mentre mi accorgo di stare facendo il suo gioco, mostro debolezze come ogni cazzo di uomo sulla terra.

“Sai com’è – dico per tentare di rimettermi in carreggiata – quelli dell’EYP hanno sempre avuto un discutibile senso dell’umorismo, non credi?”
“Stronzate so benissimo che quella sorta di agenzia governativa non conta nulla. Piuttosto come stanno i tuoi amici al ministero degli affari esteri? Lavori per loro adesso, no?” mi chiede retoricamente.
“Sono venuto in pace, Amira – alzo le mani come per arrendermi – il ministero è interessato a trattare, seriamente.”

Vedo Amira fare no con un dito e sorridermi. “Hg..” riesco solo a pronunciare quel monosillabo. Poi improvvisamente la giornata soleggiata si fa sempre più buia e in lontananza sento la voce della donna della mia vita.

“Una birra al Trapezeia mentre attendo, che sarà mai? Mi sembra di sentirti, piccolo, stupido, patetico Alexandros Konstantinou”

Cado. Porto con me anche il bicchiere. Solo un ultimo scatto della mano, il liquido alcolico riversato sulla mia camicia. Amira. Il buio.

Il ballo in maschera

Sono passati quattro mesi dalla mia ultima visita a Nicosia, da quando è iniziata la mia folle caccia ad Amira Alçöglu. Oggi è il 13 Novembre 2028. Le strade che sto attraversando appartengono al centro di Losanna, vedo in lontananza le guglie della sua cattedrala gotica e penso che in fondo sono un bel diversivo rispetto alla terra bruciata che avevo incontrato fino a pochi giorni prima in Libano. Negli ultimi mesi, dopo la mia cattura e la mia fortunosa fuga da Ankara, le cose sono cambiate. L’alleanza delle repubbliche kemaliste, formata da Iran, Iraq e Turchia, ha decisamente imposto la sua leadership nel mondo orientale. Un miscuglio di dittatura militare, fanatismo del laicismo e accettazione dell’islam moderato, ha fatto sì che in quei tre paesi prendesse piede un fenomeno del tutto simile al kemalismo del dopo Ataturk. Ero stato mandato a Cipro, per ucciderla. Eliminare Amira sarebbe stato un bel colpo per il MIT, il servizio segreto turco, ma il piano per infiltrarsi era fallito miseramente ancora prima che potesse iniziare.
Come costituente riabilitativo il mio governo mi ha messo al servizio di un paio di americani della CIA impegnati nella lotta contro il nuovo grande nemico degli Stati Uniti d’ America. Un paio di agenti insignificanti, poco preparati sul medio-oriente e terribilmente orgogliosi della loro nazionalità del cazzo. Mi hanno mandato in Libano a far fuori un paio di pesci piccoli, forse volevano testare la mia fedeltà dopo la mia visitina alle dorate prigioni di Amira. Poi, finalmente, l’incarico. Trova Amira. Uccidi Amira. Ama Amira.
La sera giunge presto a Losanna, il lago pare freddo. Gli yatch sono già tutti ormeggiati, quella ridicola parodia di spiaggia nella nordica Svizzera mi fa un po’ tristezza. Pazienza. E’ il prezzo da pagare per la fortuna sfacciata di trovare la mia ossessione così facilmente. Chi lo avrebbe mai detto che la Regina Cristina di Svezia, fresca regnante del omonimo paese scandinavo, avesse simpatie là nel magico mondo dell’oriente? Questa sera ci sarà da fare una bella scorpacciata, con la Regina ci sarà la créme della nobiltà islamica e, tra loro, Amira in rappresentanza dell’islam riformato delle repubbliche kemaliste. Una festa privata alla quale pero’ io sono invitato. Mi incammino verso il luogo convenuto e in men che non si dica sono già davanti al luogo del ricevimento: un palazzone ottocentesco con tanto di giardino.
Una volta entrato la situazione è peggiore. L’atmosfera è terribilmente asburgica, riconosco alcuni nobili europei ancora in carica e altri ancora ormai decaduti. Spesso mi paiono ancora fermi alla metà del milleottocento. Ma non sono loro che mi interessano, indosso la mia maschera, per l’occasione mi sono rasato la fluente chioma riccia. Come da buona festa di pazzi nostalgici il ricevimento è in maschera, sia mai che questi folli idioti nostalgici mi possano essere utili. Trovare Amira non sarà facile, poi, pero’, la mia attenzione va al gruppo dei nobili islamici giunti in massa a rendere onore alla loro cara amica occidentale. Sono sempre vestiti uguali, come quando li vedi in tv discorrere amabilmente con la Presidentessa Clinton o qualsiasi altro occidentale. Ormai, però, li so riconoscere tutti. Vedo Sheikh Hama, emiro e monarca assoluto del Qatar, e Mohammed VI, direttamente dal Marocco. Accanto a loro un’altra figura. E’ fatta. E’ lei. Ci sono. L’eccitatazione sale in me. Riconosco la sua pelle, mi sembra quasi di sentire il suo odore, e i suoi occhi ambrati la tradiscono nonostante porti anche lei una elaborata maschera ottocentesca conformandosi ai travestimento dei nobili europei. Il walzer si propaga nell’aere. Mi viene incontro. Mi ha visto. Troia. Mi ha riconosciuto? Puttana. Bestemmio dio, bestemmio i santi, bestemmio la madonna, devo agire. Subito.
Amira è bella come sempre, si muove voluttuosa fino ad arrivarmi di fronte e mi chiede di ballare in un impeccabile francese. Faccio per assecondarla, non sono un gran ballerino e mi riesce facile fingere di sbagliare un passo. Mentre volontariamente perdo l’equilibrio riesco nel mio intento. Mi rialzo e dietro la maschera sorrido mentre mi faccio un paio di giri con Amira, dopo poco sento che già il suo corpo ha qualcosa che non va. Si stacca da me e barcolla verso i suoi compari islamici.

“Non è nulla – dico ai suoi compagni in un fluente arabo – deve avere bevuto un po’ troppo. Sapete come sono i turchi, no?” conclusi ironizzando sulla poco ortodossa osservanza religiosa dei popoli governati dall’idea politica del kemalismo. “Un po’ d’acqua e starà meglio.”

Amira vorrebbe urlare, vorrebbe dire al mondo intero chi è l’uomo che si sta offrendo di aiutarla. Avrebbe voluto farlo ma non poteva. La droga che le avevo inniettato l’aveva già completamente fatta, Amira non riusciva a parlare e spiegare chi fosse quell’uomo. I nobilotti islamici annuirono sospettosi ma non ebbero nulla in contrario rispetto alla mia proposta. Fu così che raggiunsi i lussuosi bagni, portai Amira in una della cabine e mi ci chiusi dentro con lei.

“Come potrò divertirmi con te, Amira?” le chiedo mentre tiro fuori una Beretta 98FS, le monto il silenziatore sopra e osservo lo stupendo corpo della mia donna tremare convulsamente a causa della droga, del terrore e dell’adrenalina che si mischiano assieme creando un cocktail di sintomatiche terribili. Carico la pistola, poi le levo la maschera e mi specchio nel suo viso olivastro. E’ bellissima. La bacio. “Ti amo” le dico. Levo la sicura. E’ la donna con cui fuggirei in un paradiso terrestre. Punto la canna alle sue tempie. Nello stretto bugigattolo in cui siamo pigiati sento forte il suo respiro affannato e vedo il sudore imperlarle la sua fronte. “Ci vediamo, mia kraliçe.” Sparo.
E invece no. Un enorme colpo e la porta del bagno viene giù, un gorilla dalle fattezze svedesi scardina letteralmente la porta e mi tira un destro che mi fa sbattere la testa contro il muro e mi fa perdere la pistola. Amira, nel frattempo, si sta lentamente riprendendo. La droga sta già svanendo nel suo sangue, approfitta della mia collutazione e, con la vista ancora un po’ sballata dal pugno, la vedo fuggire barcollando. Persa. Vorrei raggiungerla e dirle quanto la amo con la mia Beretta ma lo svedese mi prende per il colletto dell’abito e mi scaraventa fuori dal bagno per farmi andare a sbattere contro le piastrelle vicino ad uno di quegli asciugatori automizzati per le mani. Tutto ciò a cui riesco a pensare è che Amira deve essere una persona davvera importanta per la cara Regina Victoria, tuttavia il colosso si sta avvicinando di nuovo a me con tutta l’intenzione di finirmi o, perlomeno, di neutralizzarmi del tutto. Si avvicina, carica un altro pugno. Poi sparo.
Questa volta sì. Il proiettile lo centra proprio in testa e la montagna camminante si accascia lentamente a terra, sguardo vacuo della morte e il cranio dilaniato. Ripongo la mia piccola pistola di scorta nell’orlo dei pantaloni e mi rialzo dolorante. Nel bagno posso quasi sentire ancora l’odore di Amira, mischiato a quello della paura e a quello più pregnante della morte. Raccolgo anche la mia pistola, la ripongo nella giacca e mi allontano dal bagno. Gioco finito, almeno per ora.

C’era una volta il vento

La spiaggia di Las Dunas è magnifica. Dietro di me il deserto. Sotto di me sabbia finissima. Davanti a me le montagne del Marocco. I miei capelli si ribellano alla acconciatura impostagli, il vento è incessante e per essere solamente Marzo fa insolitamente caldo. Per quanto mi giri non c’è nessuno. L’Andalusia sa essere così magnificamente solitaria, sono contento di essere qui in questo momento. Nessun trucco, nessun inganno.
Mi volto, rapidamente i miei occhi scorrono come in una carrellata e la sua figura appare accanto alla mia. Amira. Solo insignificanti suoni che mai potranno rendere giustizia alla mia Musa.

“Vuoi ballare?” mi chiede quasi con dolcezza.
“Sì…” rispondo trepidante.

Mi avvinghio a lei e insieme improvvisiamo un valzer. Dovevo vederla, dovevo stringerla tra le braccia e sentire nuovamente il suo fragore. Non importa a che prezzo. Non mi curo della missione. Morirò, probabilmente. Lo so.

“Piccolo Konstantinou, immagino tu sia abituato ad avere sempre ragione – mi dice la mia kraliçe – e invece non hai mai capito niente. Né di me, né di te..”
“Io ti amo Amira. Amo la tua essenza fuggevole, amo i tuoi capelli neri e la tua pelle così perfettamente olivastra… ” le sussurrò all’orecchio. “Ma più di tutto – la stringo fortissimo a me – amo darti la caccia…”

Nessun trucco, nessun inganno. Oppure no. Un piccolo ago, una punta avvelenata. Nessun dolore. No dottore, nessun dolore. Amira muore silenziosamente, quasi con grazia. La poso gentilmente sulla sabbia fine. Morirò, probabilmente. Ma non questa volta. Il cuore mi si spezza, non è la prima volta che uccido ma è la prima volta che dono amore facendolo. Amira, mia principessa, il dono della morte ti regalo. Le accarezzo il viso. La bacio sulle labbra ancora un poco calde. Poi, sto. Che modo di merda per finire il proprio viaggio, no?


2 Commenti finora
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Ma! Ma! Ma!
Aaaaaaaaaargh, Rebbo,vuoi essere sculacciato,vero? :P

Commento di Remedios

Mumble, me ne sono dimenticato.. leverò il link dalla firma sul forum :p

Commento di rebaf




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