Archiviato in: Singoli racconti
“Non avrai altro dio all’infuori di me”
Esodo 20, 3
Il mio nome è Matteo di Edessa, l’anno corrente è il 1148 del mese di Ottobre o, secondo il calendario dell’Egira a cui ormai noi tutti siamo abituati più che a quello che usano outremer, il 543 del mese di Jumàda al-ùla. Sono passati solo due anni da quando Nūr al-Dīn ibn Zengi ha conquistato nuovamente quella che gli occidentali chiamavano Contea di Edessa. Sono un cristiano o, come mi chiamano tutti i musulmani, un dhimmi, un protetto. D’altronde per chi come è sempre vissuto in queste terre avere la possibilità di continuare a fare la vita dei nostri padri ,in cambio di qualche piccola tassa da pagare e di fedeltà ai musulmani, è sempre stata la cosa ritenuta più saggia da fare In fondo loro non mi hanno mai fatto del male.
Quando mia figlia morì, qualche mese fa a causa di una brutta infezione, Samir, l’uomo che tutti i giorni alla stessa ora del mattino compra il pane nella mia bottega, mi invitò a pregare alla moschea. Io ci andai e pregai nella sua lingua quello che, con buone possibilità, è il medesimo Dio ma, paradossalemente, ci fa apparire così diversi. Samir mi accompagnò, il giorno dopo, nella chiesa dove fui battezzato e lì, di nuovo assieme, pregammo per mia figlia ma questa volta in greco.
Solo una decina di anni fa, con un diverso governatore, non si poteva dire di stare meglio: così, di un lampo, la situazione tesa e i crociati che si appannavano il diritto di decidere in terre che vedevano solo come pegno dovutogli dal fatto che erano figli cadetti e che là, nelle terre dei Franchi, difficilmente avrebbero trovato posto. Quando Jocelin II cadde definitivamente la mia vita cambiò. Non mi ero mai voluto immischiare in questioni religiose e politiche, pellegrinaggi armati o il jihad non faceva poi molta differenza, ma mi trovai di fronte ad una scelta da prendere. Tutti i miei fratelli cristiani si schierarono, dicevano che era ora di affrancarci dalla protezione dei musulmani e che i tempi non stavano cambiando affatto da quando la Contea di Edessa era stata fondata. Io non ci volli credere. Per quale motivo dovevo tradire la gente con cui da anni pacificamente convivevo in cambio di un tutto sommato giusto accordo? Fu così che collaborai e decisi da quale parte stare. Quando vidi un mio fratello cristiano gettarsi contro di me con in mano un pugnale non mi vergognai di rivolgere una preghiera ad Allah, perchè, forse vi sembrerà strano, ma per noi cristiani d’oriente Allah, Iddio, è il termine con cui indichiamo anche il nostro di Dio. Certo la pronuncia varia, ma questo è solo perchè saranno le prossime generazioni a poter padroneggiare perfettamente quell’accento che ci appare così aspro. Alla fine, quella pugnalata, la schivai. Fu il mio turno: presi il coltello che avevo comprato al bazar quando tutte quelle inutili schermaglie erano iniziate e lo infilai profondamente nel petto dell’uomo. Uccisi, sì. Per sopravvivere. Quando tutto finì, Nūr al-Dīn ibn Zengi non andò per il sottile. Tutti i cristiani di Edessa furono cacciati, molti altri finirono vittime di una rappresaglia che, alla fine, con la religione non c’entrava nulla e si limitava ad essere una dimostrazione dell’odio e della follia che la guerra porta.
Ora sono un pezzo raro ad Edessa, probabilmente l’unico cristiano che vive e può ancora professare la sua fede in questa città. La domanda che mi pongo è la medesima che mi sono posto quando pregai con Samir: è peccato? Sarà così, ma, lo giuro, mi sono sempre apparse più diverse le genti venute dall’ovest. D’altro canto sono stati loro a farmi del male, non la gente di Nūr al-Dīn ibn Zengi. Ora sto invecchiando e l’unica cosa che mi preme è poter vivere in pace gli ultimi anni che qualsivoglia Dio ci sia lassù possa concedermi. Sapete la bottega? Il forno di cui parlavo poco fa? Non ce l’ho più, l’ho venduto a quel Samir del quale ho continuamente accennato nel corso del mio racconto. E’ un caro ragazzo con molta voglia di lavorare e ogni mattina, non appena apre bottega, si cura di portarmi una pagnotta in modo che io possa fare colazione. Ora sono solo un semplice vecchio, vado in chiesa a pregare affinchè Dio lassù possa concedermi degli ultimi anni sereni e una morte che porti veramente la pace nel mio animo. Ed ecco che la domanda mi si pone nuovamente, chiara e lapidaria, continuo a peccare vivendo qui e in questo modo? Ma, francamente, sto smettendo di preoccuparmene. L’unica cosa che posso dire è che preferisco un Samir a cento Rinaldi, se questo vuol dire riuscire a vivere in pace con culture diverse, rispettandole e arricchendosi con esse in un modo che nessuno Franco, Tedesco o Latino potrà mai provare se si ostinerà a pensare che la via giusta sia quella della spada in nome di Dio.
3 Commenti finora
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Bello…
Commento di castalia Gennaio 4, 2008 @ 3:15 pmGrazie ^^
Commento di Rebaf Gennaio 5, 2008 @ 2:01 amMolto bello =)
Commento di Bardy Febbraio 3, 2009 @ 4:47 am